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Indice

Megolo
Il monastero di Clonza e la distruzione di Megolo
Vergonte e Pietrasanta
Vergonte - Pietrasanta - Pievevergonte
Pietrasanta
Pieve Vergonte
Pievania di Vergonte
Chiese di Vergonte, Pietrasanta e Pieve Vergonte
Quante Chiese furono erette dai tempi dell'antica borgata di Vergonte sino ai nostri giorni?
Chi fu S. Orsa
Lo Scurolo
Serie cronologica dei Parroci Prevosti di Pieve Vergonte

Da "L' Ossola inferiore" di E.Bianchetti (vol.nr.1 Capitolo X)
Da "Tra i sepolcri della Pieve" di Attilio De Matteis
Da "Ossola" testo delle Fondazione Monti

 

Megolo

Ricorderemo ancora altra vendita di case e beni, posti essi pure in Bramosetto, in loco ubi dicitur riciol, fatta allo stesso monastero da Martino fu Villano e Cristina sua moglie, e da Nicolao fu Martino, tutti viventi secondo la legge salica. Ha la data del marzo del 1149 (3).
Questi documenti provano, che all'epoca del rescritto di Innocenzo II, cioè nell'anno 1133, nella pieve di Vergonte, ed espressamente nel luogo detto di Cloncia, esistevano già una chiesa ed un monastero di S. Lorenzo. Altre carte, di cui qui per brevità non ragiono, limitandomi a riportarle fra i documenti del secondo volume, dimostrano poi che quel monastero sussisteva ancora nel 1228 (4).

(1)V, il Docum. XVII nel vol. II, pag. 54.
(2)V. il Docum. XVIII nel vol. II, pag. 59.
(3)V. il Docum. XXII nel vol. II, pag. 71.
(4) 12 marzo 1178. Donazione fatta al Monastero di Cloncia, di varie pezze di terra, da Rodolfo, Alberto, Norberto, Guidone, ed altri, abitanti in Premosello (V. Docum. XXVII, pag. 84) - 27 maggio 1199. Vendita fatta al Monastero di Cloncia da certo Giovanni, giocoliere, e da sua moglie Bellora, di tutti i loro beni posti nel piano di Premosello, da una parte e dall'altra della Toce (V. il Docum. XXXI, pag. 98) - 10 agosto 1216. Investitura fatta nel luogo di Cloncia da Roglerio, priore di quel monastero, ad Aldisia, vedova di Alberto de Strisia, d'una pezza di terra situata in Cloncia, nel luogo detto scopello (V. Docum. XXXVII, pag. 111) - 9 aprile 1228. Investitura fatta da Ugone di Novara, ministro di S. Lorenzo di Cloncia, a Ubertino del fu Marchesino de Pasta, di Vogogna, di tutti i beni del monastero situati in Vogogna (V. Docum.L, pag.148):
(5)V. il Docum. XXV nel vol. II, pag. 78.


Il non essersi di esso e della sua chiesa fatto menzione nel più volte citato rescritto, sarebbe un indizio, ch'essi non eran dipendenti dalla Plebana di Vergonte, ma più tosto dall'Abazia di Novara. Ciò è tanto più verosimile in quanto che quell'abazia laurenziana, fin da' primi tempi di sua fondazione, godeva già di varie decime in Ossola, come ne è prova il breve recordationis, passatosi il 23 gennaio 1158 fra Guglielmo vescovo di Novara ed Armanno, abate del monastero di S. Lorenzo di Novara (1). E veramente, quando, in sulla fine del XIII o in sul principio del secolo seguente, il nostro monastero di Cloncia cessò di esistere, le sue rendite passarono a quello di Novara, come dimostrano varie carte spettanti a quella Badia, e che ancora esistono nell'Archivio capitolare della Cattedrale.
Che poi questo luogo di Cloncia corrispondesse ad una frazione di Megolo, non vi può essere dubbio alcuno. Ancora in oggi vive salda fra quei terrazzani la tradizione, che esistesse colà anticamente un convento di frati benedettini, la cui chiesa originariamente consisteva nella piccola navata a sinistra dell'attual chiesa parrocchiale, dedicata per l'appunto a S. Lorenzo. Che ciò fosse, è confermato in una nota, dal venerando vescovo Bescapé inserita negli atti di una sua visita pastorale, fatta a questa chiesa il 25 settembre 1597, la quale dice: Erat haec ecclesia membrun Abbatiae Sancti Laurentii Novariae…………
Haec ecclesia multa possidet bona in territorio Pramoselli et Voconia, quae dicuntur unita Abbatiae Sancti Laurentii Novariae
(1). L'incertezza è finalmente onnimamente tolta da un altro atto del 11 gennaio 1542, rogato in Vogogna extra portam inferiorem dal notaio Gerolamo Lossetti. E' un'investitura livellaria dei beni altre volte spettanti al Monastero di Clonza di Megolo, fatta dall'abate del monastero di S. Lorenzo di Novara, cui erano pervenuti. Fra questi beni si legge: in primis Ecclesia Sancti Laurentii de Megulo, cum campanile et casamentis abstantibus, et pertinentibus Monasterio de Clonza de Megulo (2).
Il monastero adunque era in parte composto dell'odierna casa parrocchiale, e quel luogo chiamavasi Clonza o Cloncia, nome ora affatto perduto. Devesi per altro avvertire, che sul principio del secolo XIII, quel territorio già era diviso in due frazioni, che avevano il nome di Medulum e di Meduleto, come risulta dai documenti in appresso da me pubblicati; per cui pare veramente che il nome di Cloncia valesse ad indicare unicamente la località in cui erano il monastero e la chiesa anzidetta. Sono pertanto lieto di aver potuto mettere in luce una notizia insino ad ora sconosciuta a quanti scrissero delle cose nostre. In Vergonte a quell'epoca esisteva pure un altro monastero, vale a dire una casa di monaci Umiliati, della quale il solo Tiraboschi ci conservò memoria.

Quell'ordine ebbe origine da alcuni magnati e nobili lombardi, i quali erano stati da Arrigo II tratti prigionieri in Alemagna. Disperando essi di mai più rivedere la patria, vestiti abiti grossolani, si consacrarono interamente ad esercizi di pietà. Informato l'imperatore dell'austero genere di vita, e dell'umile rassegnazione loro, pago di vederne fiaccato l'orgoglio, fattigli venire alla sua presenza, eccovi - disse - alla fine umiliati! E con ciò fece ad essi facoltà di ritornare in patria.
Giunti alle case loro, perdurarono a condurre nell'interno della famiglia lo stesso tenor di vita, e dalle parole di Arrigo s'intitolarono Umiliati. (1). Nel secolo XII ebbero da S. Bernardo una regola, e cominciarono a vivere in comunione entro case appositamente costruite; ma non si propagarono nella campagna fuorchè verso la fine del medesimo secolo.

Di questa nostra casa di Vergonte, fa cenno il citato Tiraboschi, il quale aggiunge, ch'essa ancor esisteva nel 1928, oltre il quale anno più non ne rinvenne memoria. Ecco le sue parole: - Domus de Urgionto, seu de Urgonto. Antiquum hoc est in Ossulae Comitatu oppidum (2). Quod etiam Petrasancta est appellatum, ex lapide Martyris alicujus sanguine, ut fertur asperso……Cum vero circa XIII saeculum exundantium aquarum vi obrutum illud fuisset, incolae ab antiqua sede paullum recedentes, Voconiam, vulgo Vogogna, condidere. Ac forte in ipsis Urgunti ruinis Humilatorum domus, quae an. MCCXCVIII extabat, eversa est, nulla enim posterior eius mentio (1).

Nei primi tempi di lor regolare osservanza, gli Umiliati si resero oltremodo benemeriti, promovendo l'agricoltura, e segnatamente l'industria delle lane, nel qual genere di manifattura divennero sì valenti, che i loro drappi, ricercatissimi per tutta Europa, furon per essi fonte di gran guadagno. Ma le ricchezze per tal maniera acquistate furono poi cagione del rilasciamento della disciplina e di quella estrema corruzione dell'Ordine, che trasse Pio V a decretarne la soppressione. L'industria del tessere la lana si diffuse così per loro mezzo anche nella nostra vallata, i cui abitanti continuarono sin quasi a dì nostri nel vestirsi di rozzi panni da essi medesimi intessuti. Costumavano particolarmente fabbricarsi certi grossolani tabarri o cappotti, che il Macaneo chiama bardocucullos, e che a'suoi tempi qua ancor s'usavano (2). Di questa Casa di Vergonte mancano affatto altre notizie.
E' pur tradizione che in quel torno esistesse in Masera un altro monastero o Badia, detta di S. Abondio, della cui chiesa antichissima, ruinata forse da una piena del torrente Melezzo, ancor si vedono alcuni avanzi. A me per altro non è riuscito di trovare alcun documento che vi si riferisca. Nello aprire il tronco di strada, che mette in comunicazione quel villaggio colla strada vigezzina - tronco dovuto alla generosità del signor Bolzani - fu nel vivo masso della rupe scoperta una scala decorata con sacre pitture, la quale doveva condurre dal Monastero alla chiesa (1). Un praesbiter Manfredus de Sancto Abundio è nominato in carta del 1313 (2) ; il che fa credere, che in quell'anno più non esistesse il monastero anzidetto, poiché vedesi quella chiesa officiata da un prete.
Ma facendo di nuovo ritorno al rescritto d'Innocenzo II, dal quale ci siamo non poco scostati nelle digressioni precedenti, è a notarsi, che se a quel tempo, cioè verso il 1133, non esistevano nel distretto di Vergonte altre chiese all'infuori di quella plebana e di quella di S. Lorenzo di Cloncia, non andò guarì per certo che altre pure ne furono edificate.
In sul principio dell'anno 1217, i Consoli di Vercelli indussero alcuni uom ini di Valsesia a dichiararsi cittadini di quella città ed a stabilirvi il proprio abitacolo. Avevano anche intavolate segrete pratiche per ridurre al loro partito i Conti di Biandrate (2). Di tali maneggi fattisi accorti i reggitori di Novara, il 16 aprile di quell'anno medesimo, intimarono ai conti Gozio, Corrado e Guido, che in esecuzione del trattato del 1202, dovessero immediatamente recarsi in Novara per difesa di quel Comune, insieme con tutti i loro uomini atti alle armi, sotto pena di cinquecento lire imperiali, qualora non obbedissero tosto al comando (3). Il tenore superbo di quella ingiunzione, non motivata da alcun pericolo di guerra, provocò un rifiuto da parte dei Conti. Replicarono i consoli di Novara ordinando la confisca de' beni e il bando. Allora i conti Gozio, Ottone, Corrado ed Opzione, a tutelare se stessi ed i propri possedimenti, si strinsero in aperta lega coi Vercellesi (1).
Alla stipulazione di questa lega non prese parte veruna il conte Guido. Nota opportunamente il Tonetti (2) essere probabilmente ciò avvenuto, poiché il conte Guido più di ogni altro aveva a paventare de' Novaresi, essendo la maggior parte de'suoi possedimenti posti nel Novarese, e singolarmente in Ossola. Ma qualunque fosse la causa, irritato egli per avere i suoi fratelli e cugini ceduto ai Vercellesi i castelli di Montrigone e di Robiallo, che, secondo la convenzione del 1211, dovevasi conservare in comune, si lasciò guadagnare dalle insistenze de'Novaresi, e loro vendette per il prezzo di libbre mille e quattrocento di buoni denari imperiali tutti i suoi possedimenti dell'Ossola, e singolarmente quelli di Megolo e Megoletto, oltre la castellania d'Invorio inferiore: in una parola, tutti i luoghi e le persone che gli appartenevano in Ossola, e da Arona e da Gozzano in su verso i monti; salvo soltanto i diritti giurisdizionali e di fodro (3). Fu tale vendita stipulata il 19 agosto 1218.

Di questi castelli e terre un sesto apparteneva al conte Ottone cugino di Guido; il quale perciò, spalleggiato dai Vercellesi, impugnò la fatta cessione. Evidentemente i Vercellesi miravano di cogliere questa occasione per romperla apertamente coi Novaresi; per cui pare, che questi avessero in prevenzione sollecitata l'alleanza dei Milanesi. Ma vi si intromisero il vescovo di Torino ed il cardinale Ugone, vescovo d'Ostia, legati apostolici in Lombardia; i quali nel novembre di quell'anno intimarono al Comune di Milano, anche a nome di re Federico, che non avesse a prestare alcun aiuto ai Novaresi euntibus in Vallem Suicide, vel contra terras Comitum Blandiate et civitatis Vercellensis (1). Dovette anzi il podestà di Novara, Proino de'Incoardi, solennemente protestare in piena credenza, che nell'istrumento stipulatosi col conte Guido non si doveva comprendere più di quanto a lui apparteneva in Invorio e negli altri luoghi, cioè cinque parti soltanto di quel contado (2). Con ciò il pericolo di una prossima guerra fu scongiurato, in conseguenza specialmente de'buoni uffici del Comune di Milano, eletto ad arbitrio in quelle contese (3).
Anche con i Conti di Castello avevano i Novaresi convenuto l'acquisto dei loro castelli e terre di valle Intrasca, di Pallanza, di Vergante, di valle Anzasca e d'altri luoghi d'Ossola (4). Se non che gli uomini di questi luoghi medesimi, cui stava a cuore la propria libertà, e che negli andati tempi avevano preso in odio la grave signoria del Comune di Novara, non vi si vollero sottomettere, contrastando fieramente la fatta alienazione. Che anzi si diedero apertamente a favoreggiare il partito de'Vercellesi, spingendosi dalla bassa Ossola e per la valle d'Omegna con frequenti scorrerie sul Novarese (1).

 

Il monastero di Clonza e la distruzione di Megolo


La donazione di Warnemperto di Anzola è la prima testimonianza nota del monastero benedettino di Clonza, la cui esistenza è in gran parte circondata dal mistero. Si trattava presumilmente di un priorato benedettino dipendente dal monastero di San Lorenzo di Novara, che alla fine del XIII secolo, quando il priorato cessò di esistere, ne assorbì le rendite. Il monastero, o meglio priorato, di Clonza, sorgeva nel luogo dell'attuale chiesa parrocchiale di Megolo, dedicata a San Lorenzo, come rivela, ancora nel 1542, un'investitura da parte dell' abate di San Lorenzo di Novara. Dell'antico monastero non è rimasto che il tronco del campanile, con le bifore e gli eleganti capitelli romanici, risalenti alla metà del XII secolo.
Dopo la donazione del 1086, il monastero di Clonza appare in una serie di 7 pergamene dell'Archivio Capitolare di Novara, che ha inglobato il fondo dei documenti provenienti dal Monastero di San Lorenzo di Novara. Nel 1095 Dosdeo del fu Masimone e Alberto di Masera donano al monastero di Clonza tutti i loro beni posti a Trontano. Nel 1102 Uberto del fu Ribaldo e altri vendettero al monastero terre e campi a Vogogna. Nel 1149, Nicolò e Martino, vendettero al monastero case e beni in Bramosello (Premosello). Nel 1178 altri premosellesi donarono al monastero di Clonza varie pezze di terra gerbida e boscata a Clonza Superiore e Inferiore, nei pressi di una lanca: riferimento ricorrente in molte carte medioevali e che attesta lo stato ancora paludoso della piana precedentemente occupata dal lago.
All'atto intervengono, in qualità di testi, Alberto di Anzola e suo figlio. Nel 1199, Giovanni, giocoliere, e sua moglie Bellora, vendettero al monastero le loro terre poste tra il monte e la Toce. Nel 1216 il priore Roglerio di Clonza investì per 29 anni Aldisia di Stresa di un campo posto allo Scopello (tra Megolo e Angola), tra il sasso, la lanca e la <<via>> che risaliva la valle (la via di terraferma, o via <<francigena>>).
La citazione di Roglerio come <<priore>> e non come <<abate>> pare confermare la circostanza che allora il cenobio di Clonza era eretto in priorato, dipendente dal monastero di San Lorenzo di Novara, e non in abbazia. Nel 1228 infine Ugone di Novara investì Umbertino di Vogogna di tutti i beni della chiesa di Clonza nel territorio di Vogogna. E' probabile che già all'epoca di quest'ultimo atto, nel quale il priorato è rappresentato da un amministratore residente a Novara, la sua esistenza autonoma fosse cessata ed i suoi beni incorporati dal monastero benedettino di Novara. Le testimonianze delle otto pergamene (6), per quanto frammentarie, lasciano comunque intravvedere quanto il monastero diClonza sia stato importante, e dotato di beni, nel XI - XIII secolo, tra Megolo e Anzola, Trontano, Vogogna e Premosello.
Ad Anzola, una vecchia tradizione dice che l'antico complesso di Cà d'la Bugnanca, un tempo isolato dalle case del paese, fosse in origine <<un convento>>. E' più probabile che la casa appartenesse ai massari del priorato benedettino di Clonza, che nel 1086 aveva ricevuto in donazione da Warnemperto il podere <<ai Filer>>, nei pressi di quel luogo. Il priorato benedettino e il toponimo stesso di Clonza scomparvero nel nulla, tra il XIII e il XV secolo. Nel XII - XIII secolo, nella terra di Megolo sorgevano anche due importanti castelli appartenenti ai conti di Biandrate, di cui oggi non rimangono tracce, se non toponomastiche. E' strano come un luogo certamente importante nei secoli del basso Medioevo, al punto di vantare un monastero e due castelli, abbia finito col ridursi a piccoli gruppi di case senza storia, così come la terra di Megolo compare nei documenti, dal'400 in poi.

La causa di questo improvviso e inspiegabile decadimento di Megolo è svelata oggi, a molti secoli di distanza, da un atto conservato nell'archivio di un notaio di Anzola, che visse nella seconda metà del '500: Pietro Paolo Alberti. Nel 1563 infatti il notaio Alberti fu chiamato a rogare l'atto di separazione della chiesa di San Lorenzo di Megolo (l'antica chiesa del monastero) da quella di San Vincenzo della Pieve Vergonte, e la sua erezione in parrocchia (7). La separazione venne giustificata dall'impossibilità per gli uomini di Megolo di raggiungere la Pieve nei periodi di pioggia, per l'irruenza delle acque di un <<fiume che chiamano Arsia>> (Arsa) che scende impetuoso dalle montagne. Ma l'atto del notaio Alberti aggiunge questa notizia - finora ignota - sulla storia del luogo: <<La terra di Megolo fu un tempo sommersa e distrutta da una inondazione d'acqua cosicché rimasero solo tre focolari in tutto che si posero sotto la chiesa di San Vincenzo di Pieve; ma i predetti tre focolari con il tempo crebbero e si moltiplicarono finché la terra di Megolo raggiunse 70 fuochi con circa 360 persone>>.
Il documento non dice quanti anni erano trascorsi da quando le acque impetuose dell'Arsa o del Riale dell'Inferno (come evoca il nome stesso) avevano distrutto l'antica Megolo. Ne dovettero comunque passare almeno duecento, per riportare il numero dei fuochi dai 3 superstiti ai 70 del 1563.
La distruzione di Megolo avvenne in una data forse non lontana da quella di Pietrasanta, avvenuta nel 1328.

 

Vergonte e Pietrasanta

Grandi in ogni tempo furono i danni causati in Ossola dallo straripamento de' fiumi; ma nessun disastro mai uguagliò quelli ch'ebbe a soffrire il territorio di Vergonte. Era quel borgo florido, e più ancora doveva crescere in prosperità dopo la diretta unione sua al Comune di Novara, il quale vi teneva un suo Vicario, e aveva tutto l'interesse a mantenerlo forte e popoloso. Sgraziatamente era serbato ad inaudita catastrofe. Dopo una pioggia, la quale continuò dirotta parecchi giorni, il torrente Marmazza, che scendendo dalla piccola valle di tal nome scorreva a fianco del borgo, divenuto straordinariamente gonfio, soverchiò a un tratto le chiuse che difendevano l'abitato, e impetuoso irruppe entro di esso. Dalla improvvisa e immensa rovina non furon salve che poche case e il convento degli Umiliati. Anche la vetustissima chiesa plebana ne fu molto guasta. Una immane congerie di massi, di ghiaia, di frantumi seppellì ogni altro edifizio e buona parte de'miseri abitanti.

Ma non andò molto, che quasi nel medesimo luogo sorse un nuovo borgo: tanto, e sì caldo e sì prepotente è nei montanari l'amore al luogo nativo. A questo nuovo borgo fu dato il nome di Pietrasanta. Ma per essere vicinissimo al distrutto Vergonte, ne seguì ch'esso, e quelle case di Vergonte, che non ebbero a soffrire completa rovina, e quelle altre che vi furono ricostruite in appresso, vennero in breve a formare come un borgo solo. Ond'è che a designare quel luogo si è poi per alcun tempo continuato ad usare promiscuamente i due nomi: il che indusse alcuni a credere alla contemporanea esistenza dei due borghi in quella medesima regione.

Nessuno ha sin ora precisato l'epoca della distruzione di Vergonte, né data una plausibile ragione del nome di Pietrasanta. Dico ciò, poiché non abbastanza mi appaga la spiegazione che ne diede il Tiraboschi, il quale nella sua storia degli Umiliati, numerando fra le case loro anche quella di Vergonte, di cui ho parlato di sopra, dice che Vergonte è pur detto Pietrasanta ex Martyris alicujus sanguine, ut fertur, asperso (1): della qual spiegazione lo stesso Tiraboschi non si mostrò troppo persuaso, avendovi prudentemente innestato un ut fertur. Sia pertanto lecito di esporre una mia congettura, che non mi par priva di un probabile fondamento, e secondo la quale si potrebbe anche stabilire con qualche esattezza l'anno della origine di Pietrasanta.
Scorrendo gli annali novaresi, trovo che negli anni 1250 e 1251 era podestà di Novara un Guiscardo de Petra-Sancta (1), appartenente ad antica e nobilissima famiglia milanese (2), e figlio, come dimostra il Giulini, di quel Pagano de Petra-sancta, che fu podestà di Bologna nel 1230, e di Genova nel 1232 (3). Ora io son d'opinione che il disastro di Vergonte sia per l'appunto avvenuto nel 1250 o 1251; e che il nostro Guiscardo, riconoscendo di quanta importanza fosse per il comune di Novara il possedere nel cuor dell'Ossola inferiore un luogo forte e ragguardevole, ne abbia con grande impegno curato la ricostruzione; o, per meglio dire, la edificazione in quei pressi di un nuovo borgo, cui volle dal proprio cognome denominato.
In questo pensiero mi conferma il sapere, che lo stesso Guiscardo, essendo nel 1255 podestà di Lucca, fece nella Versilia, dipendente da quella città, edificare due borghi, ad uno de'quali volle similmente imporre il nome di Pietrasanta. Questo è primamente attestato da Tolomeo da Lucca, scrittore di quel tempo, il quale, facendo menzione del nostro Guiscardo, aggiunge : qui de Versilia duos burgos, unum ex suo nomine nominavit, alterum vero Campum Majorem (4). E' poi confermato da Giovanni da Cermenate, cronista di poco posteriore al citato Tolomeo, il quale sotto l'anno 1313 narrando della presa dello stesso borgo di Pietrasanta nel Lucchese, fatta da Arrigo di Fiandra, maresciallo dello imperatore Arrigo VII, dice: ipsum (oppidum Petrae Sanctae) construxerat quondam Guiscardus de Petra-Sancta, nobilis civis Mediolani, urbe sua exsulans, prima Turrianorum regnante tirannide, in districtu, aut prope confinia Lucanae urbis, cujus Rector erat, oppido sui cognominus imponens nomen (1).
L'analogia adunque mi porta a credere che Guiscardo de Petra-Sancta, essendo Podestà di Novara all'epoca della distruzione di Vergonte, ed ambizioso di legare a durevoli monumenti il proprio nome, abbia da principio fatto nel nostro Vergonte quello, che quattro anni dopo avrebbe ripetuto nella Versilia lucchese: molto più che qui la necessità pe'Novaresi di favorire a tutto potere la pronta ricostruzione del borgo rovinato, era manifesta ed imperiosa.
Abbiamo in fatto veduto in un capitolo antecedente quanto importasse a quel comune la conservazione di Vergonte e degli altri paesi acquistati dopo la guerra co' Vercellesi, e come il Podestà di Novara, nello entrare in carica, fosse a tenore degli statuti obbligato a giurare di mantenergli e rendergli vie più popolosi e forti. E così ora, dopo la edificazione di Pietrasanta, e in conseguenza della dolorosa esperienza del passato, a prevenire nuove sciagure fu da quel Comune stabilito, che ogni Podestà, entro i primi due mesi del suo ingresso in officio, dovesse spedire a Pietrasanta due delegati insieme ad un notaio e ad un ingegnere, affinché sul luogo avvisassero ai mezzi più efficaci per riparare ad ogni pericolo che ne potesse venire dall'Anza o da un altro torrente; ingiungendo ancora, che entro otto giorni dal ritorno di quei messi in Novara, avesse egli a far note al Consiglio Maggiore le loro proposte, e mandar quindi ad esecuzione ciò che il Consiglio stesso avrebbe deliberato. Questa determinazione, da prima osservata per consuetudine, fu poscia, per darle maggior forza e solennità, inserita nel corpo degli Statuti medesimi il giorno 21 ottobre 1284, essendo Podestà di Novara Robaconte de Strata (1).
Lo stesso pensiero politico adunque, da cui furon mossi i Novaresi a fare del piccolo luogo d'Intra un cospicuo borgo, ed a sollevare a tale grado anche l'umile terra di Mergozzo, come ho narrato altrove, fu quello che, a mio credere, determinò la ricostruzione di Vergonte: come pure il desiderio di rinomanza fu quello che indusse il podestà novarese di quel tempo ad imporre alle nuove costruzioni il nome di Pietrasanta.
Sono oltremodo scarse le notizie che si hanno di questo borgo. La sorte fatale cui esso, nella prima metà del secolo seguente, andò al paro di Vergonte soggetto, ci tolsero quei monumenti storici che sarebbero ora infinitamente preziosi.
Una prima memoria di Pietrasanta ci fu conservata negli antichissimi Statuti di Novara poc'anzi citati. Uno di essi, in data 27 ottobre 1270 (1), parla del pedaggio di Pietrasanta, la metà del cui reddito vien dal Comune di Novara destinata a gradatamente estinguere i debiti contratti particolarmente verso i militi novaresi, che soccorrendo Milano si erano recati ad espugnare la città di Lodi (2). In altro Statuto del 14 gennaio 1276 si prescrive che nessuno dei Conti di Castello o di Crosinallo possa dimorare come signore, o come podestà, o in un altro modo qualunque nel borgo di Vergonte, ovvero sia di Pietrasanta, come pure nel borgo d'Omegna; ad eccezione di coloro che in quell'anno medesimo già vi si trovassero per delegazione del Comune stesso (3). Questa misura fa supporre che i reggitori di Novara avessero concepito qualche sospetto intorno alla lealtà di quei Conti; ma non sono in grado di poterne indicare la ragione.
Di Pietrasanta e del suo pedaggio fa parimenti menzione un'altra carta del 30 luglio 1295, la quale dimostra che il Monastero d'Arona, già più volte mentovato, godeva del privilegio di potere liberamente far passare in quel luogo le bestie bovine di sua proprietà, senza dover pagare alcun scotto al pedaggiere (1). Finalmente una sentenza, pronunciata in burgo Vergonti subter copertum Petresancte, il 20 settembre 1301 da Leonardo de Perazzo, Vicarium Ossule a lacubus supra, è l'ultimo documento scritto da noi posseduto, in cui sia fatto cenno di Pietrasanta (2). La lite concerneva i due comuni di Mergozzo e di Omega, ciascuno dei quali pretendeva, che gli uomini di Cerro dovessero con esso lui concorrere nel pagamento della propria quota del salario al Capitano del Lago Maggiore. Leonardo da Perazzo, udito il parere di Obicio de Furno giurisperito, sentenziò in favore di Omegna; ma Guidotto Ferrerio, sindaco e procuratore del Comune di Mergozzo, si appellò a Matteo Visconti, vicario generale in Lombardia. In questo atto non sono enumerate le ragioni messe in campo dalle due parti, le quali avrebbero potuto gettare un po' di luce maggiore intorno al luogo di Cerro, di cui sono soltanto scarsi i documenti e povere le notizie.

Dopo il disastro di Vergonte una parte di quegli abitanti abbandonarono il territorio, e si recarono, e presero stanza di là della Toce, nel luogo ove poi sorse il cospicuo borgo di Vogogna, il quale, prima di quel tempo, non era che una terricciuola di pochi casolari (1). E fu questo il primo incremento di Vogogna, che poi crebbe a tanto da divenire un secolo dopo il capoluogo dell'Ossola inferiore.
Hic aut non longe - scrive il Bescapé: - Verguntum fuisse videtur......Ex eo, nescio qua vi diruto, Voconia facta est, ultra flumen contra ecclesiam plebanam salubriore et tutore loco (2). E similmente il Cotta: pagum regionis praecipuum Voconiam non recentem pronunciabo, sed ex modico auctum; nam olim caput fuit Vergantum, a quò regioni nomen inditum. Sed eo ante annum 1300 deleto, Voconia aucta est, nisi facta (3). Di questo avventuroso accrescimento della popolazione e della fortuna di Vogogna, attestato da altri storici, fra cui amo citare il Giulini, il Ferrari, il Durandi e lo Scaciga, vollero i suoi abitanti serbare più tardi la ricordanza coi seguenti versi, che ancor si leggono sovra una parete esterna del palazzo di quel comune:

Filia Vergonti fertur Vogonia strati,
Quae, patre defuncto, flens mansit et orphana mundo:
Attamen ipsa sui patris de stipite crevit,
Pronta suo patri servitia reddere facta.


Forse da questa epoca medesima data l'erezione delle parrocchie di Masera, Trontano e Beura, i cui abitanti erano in prima, quanto allo spirituale, sottoposti alla Pieve di Vergonte. E' probabile, dico, che ciò sia avvenuto dopo il narrato disastro; come dopo quello di Pietrasanta, di cui sarà detto più avanti, ebbe luogo la separazione dalla medesima Pieve delle parrocchie di Premosello, Cuzzago, ecc. In Masera fin dall'undecimo secolo già esisteva l'Abazia di S. Abbondio, come dianzi fu detto. Ora la prima memoria di quella chiesa parrocchiale di S. Martino l'abbiamo per l'appunto in carta del 1278 (1). Da un testamento poi di certa Ottobona del 1313, si viene a vedere, che due almeno già erano in quell'anno i preti che officiavano in quella chiesa (2). Anche la chiesa di S. Maria in Trontano esisteva già innanzi al 1294. Un Ottobono della Guarda col suo testamento del 22 giugno di quell'anno, rogato in Domodossola entro il convento de'frati minori di S. Francesco da Giovanbono, notaio di Ornavasso, destinò, fra gli altri legati, lire venticinque ad essa chiesa : item legavit ecclesie sancte Marie de Traguntano libras XXV (3).

Così pure nel 1298 il vescovo Papiniano concedeva a un certo Giovanni de Ovigo di restringere ad alcuni determinati fondi il censo di due libbre di cera, da esso poco prima costituito sopra tutti i suoi beni in favore di quella medesima chiesa (4). A questa parrocchia di Trontano erano sottoposti anche i terrazzani di Paesco e di Marone, e quelli di Cosasca. I primi ne furono staccati il 16 marzo 1617, allorquando il cardinale Taverna, vescovo di Novara, elevò a parrocchiale la chiesa di S. Antonio di Marone. Cosasca finalmente fu eretta in cura il giorno 8 giugno 1826 dal cardinale Morozzo, e fu l'ultima parrocchia istituita in Ossola (1).
L'avere qui discorso di cose ecclesiastiche fa stimare opportuno il registrare a questo luogo altresì alcune sparse notizie che di quel tempo si hanno intorno ai beni posseduti nell'Ossola inferiore dalla Badia d'Arona, già più volte menzionata: le quali notizie mal si potrebbero collocare altrove e secondo lo stretto ordine cronologico. Oltre ai beni pervenuti a quella Badia per la grandiosa permuta seguita nel 999 tra l'abate Lanfredo e l'arcivescovo di Milano, essa più altri ancora ebbe ad acquistarne in appresso, i quali erano posti in Bracchio, Mergozzo, Condoglia, Albo e Premosello. Ciò risulta da carte spettanti all'Archivio di Stato in Torino, inedite fin'ora, e, quanto pare, sconosciute anche allo Zaccaria.

Una prima carta, del 26 giugno giugno 1208, contiene l'investitura concessa dall'abate Ariberto ad Enrico di Stresa di due alpi situate nella valle Anzasca, una chiamata Dodomo (2), l'altra Macugnaga e Sasso Cervario (3). Di queste medesime alpi si ha un'altra investitura a favore di Guidetto Visconti, accordata il 1° luglio 1256 (1). Altre carte del 1225, 1254 e 1297 riguardano poderi situati nel territorio di Blamosello, delle quali non stimo dovermi più a lungo intrattenere, essendo esse integralmente riportate fra i documenti del secondo volume (2).
Viene appresso una assai importante Recordacio, ossia memoria di livelli e censi spettanti a quel monastero, e stati riscossi per l'anno 1262 dalle persone e per i beni ivi indicati. Questo bel documento, che trovasi nell'Archivio di Stato anzidetto, fu primamente pubblicato dal chiarissimo De-Vit nelle sue Notizie storiche del Lago Maggiore. Ho tuttavia creduto di non doverlo omettere nella mia raccolta di documenti (3).

In questa Recordacio, dopo aver menzionato i luoghi di Ghiffa, Intra, Cavandone e Pallanza, si nota nella nostra terra di Bragno, o Bracchio. Segue il luogo di Margocio, e quindi quello di Albo. Nel passo relativo a questa ultima terra, è degna di essere rimarcata la menzione che vi si fa del porto di Albo. Non è dubbio che questo fosse posto sul fiume Toce, e che servisse fin da quei lontani tempi per comunicare col limitrofo territorio di Ornavasso. Stimo anzi probabile che si trovasse nella località ora detta al porto Scaglione. Nello stesso passo è pur nominata la chiesa di S. Maria de Albo, il cui converso o sagrestano aveva in livello un campo sito ubi dicitur ad lancarecciam.

In appresso viene Gandoglia, e quindi Bramosello; del qual luogo era certo Graziolo del fu Pietro de Plata, o forse de Prata, che teneva dal monastero in affitto un'alpe posta nel territorio di Cosasca (Coxelii) nella regione detta Mezzana.
Altre carte posteriori a quelle sovra accennate dimostrano che il monastero d'Arona si mantenne in possesso di tutti questi beni e di tutte queste rendite nell'Ossola inferiore sino oltre la metà del secolo XV; ma troppo lungo sarebbe il volerle partitamene tutte indicare.

 

 

Vergonte - Pietrasanta - Pievevergonte

Quell'angolo di pianura coltivato ora a prateria che ha per confine l'Anza che si getta nel Toce e più precisamente quel tratto dove oggi sorge la fermata di Rumianca sulla linea ferroviaria Novara - Domodossola, fu sede un giorno, nella seconda metà del primo secolo dell'era volgare, di un grosso e rinomato borgo chiamato Vergonte. Di Vergonte altro non rimane ora che il nome della regione dove un di sorgeva, detta anche ai nostri giorni Borgaccio ossia grosso borgo, e un tratto di robustissima muraglia la quale tra il grazioso fiorellino del miosotide detto non ti scordar di me e l'umile mammoletta sorge sfidando i secoli. Il nome di Vergonte il Bianchetti nella sua storia dell'Ossola Inferiore a pagina 32 lo vorrebbe derivato dalla parola Wehr Agounti, che significherebbe secondo lui stazione degli Agoni, popolo di razza Taurisca ricordati da Poliblio nella sua storia (lib. II, c. III pag. 17) i quali abitarono in antico i due versanti del Mergozzolo e diedero il nome al fiume Agogna e che passati nell'Ossola furono poi Leponzii. Niuno mai ci seppe dire con precisione donde e come il popolo Taurisco sia venuto tra noi; quindi è che in una questione delle più ardue e più astruse ancora pendenti io mi veggo costretto a passarvi sopra, non senza ricordare l'opinione del De Vit nella sua opera La provincia Romana nell'Ossola a pag. 147, dove dopo approfondite ricerche dedurrebbe che i nostri Taurisci abbiano avuto origine nell'Asia interiore, da un certo Tauro capostipite che da sè denominò la propria famiglia, laonde Tauri furono pure chiamati tutti i suoi discendenti. I Tauri da remotissimo tempo partirono dall'Asia dirigendosi prima verso prima verso il Mar Nero nella regione da essi chiamata Tauride, poi penetrarono nell'Europa dove ebbero il nome di Taurisci. Cresciuti in numero si avanzarono per la Pannonia e per l'Illirio, e, fatta una considerevole tappa nel Norico, per la Rezia passarono a prendere stanza fra noi sotto il nome comune di Taurisci che ne designa la stirpe e quello di Leponzii che ci dà la particolare denominazione di quelli venuti fra noi. Chechè ne sia dell'origine dei primi abitanti dell'Ossola e quindi di Vergonte è certo che il borgo di Vergonte fu anticamente un centro importante nell'Ossola inferiore. Ancora nel 1150 estendeva la sua giurisdizione civile non solo nell'Ossola inferiore, ma anche alle terre di Valleanzasca, di Vagna, di Caddo, di Crevola, di Montecrestese, a quelle di Vigezzo con Trontano, Masera, Beura e Cardezza e forse anche alle terre di Valle Antigorio.

Tutti questi luoghi dipendenti dal Comune di Novara, formavano, come denominavasi in quei tempi, il Vicariato dell'Ossola distretto di Novara (Vicariatus Oxulae, districtus Novariae), il cui Vicario aveva la sua sede in Vergonte. Nelle antiche carte Vergonte era designato col nome di corte, che voleva indicare tanto un luogo ricco in poderi dotato di castello, quanto quello in cui si amministrava la giustizia. Infatti Vergonte aveva estesissime possessioni consistenti in campi, prati, vigneti, boschi, oltre i tributi che pagavangli le terre soggette. Tutto il borgo era cinto da robustissime mura e vuolsi che l'avanzo che si vede ancora al Borgaccio, sia appunto un pezzo di quelle antiche muraglie. Era difeso da magnifico castello, che munito di bastioni e di torri dominava tutta la borgata. Il Comune di Novara, cui premeva di avere un luogo avanzato importante nel cuor dell'Ossola, non badando a spese, faceva di Vergonte quasi una piccola città, e ad un tempo una fortezza mantenendolo ben fornito d'uomini e di munizioni. A Vergonte concorrevano quanti avevano ragioni da sostenere davanti al giudice, giacchè qui solo in tutto il distretto si amministrava la giustizia del Vicario che esercitava il potere civile e giudiziario nelle terre a lui soggette. Colla sede del potere civile v'era a Vergonte la sede della giurisdizione ecclesiastica sotto la dipendenza dei Vescovi o di Milano o di Novara. A Vergonte sorgeva un collegio di canonici, detti Lateranesi forse perché vivevano sotto la regola stessa tenuta dai canonici di S. Giovanni in Laterano di Roma. Il collegio doveva essere abbastanza numeroso con a capo il Prevosto di Vergonte, che coi canonici conduceva vita comune. A loro era affidata la cura spirituale dei paesi sottoposti a Vergonte e l'educazione dei Chierici, perché presso quei canonici v'era anche in allora un Chiericato o come direbbesi ai nostri giorni un Seminario, dove erano raccolti quei giovani che davano segni di inclinazione allo stato ecclesiastico. I beni di questo chiericato ridotti a ben poca cosa furono assegnati ed uniti nel 1577 ai redditi della prependa Prepositurale di Pieve Vergonte.
Esisteva inoltre in Vergonte un Convento di monaci Umiliati, del quale il Tiraboschi ci conservò memoria nella sua opera Vetera Humiliatorum monumenta pag. 42 del secondo volume. Questo Convento esistette sino al 1298 dopo il quale anno più non se ha memoria. Questi religiosi, come in altri luoghi, si resero anche in Vergonte assai benemeriti promovendo l'agricoltura e l'industria. Per loro mezzo si diffuse in Vergonte e nelle vallate ossolane l'industria di tessere, specialmente le lane e mezzelane, con cui si vestirono sino a pochi anni or sono, tutti i nostri vecchi. Questi tessuti erano si consistenti che non era raro il caso da poter un sol abito servire anche per più generazioni. Ho detto con cui si vestirono i nostri vecchi, perché ai nostri giorni (con progresso punto lodevole) l'uso di queste lane o mezze lane qui lavorate e di tanta durata ed economia è quasi andato totalmente perduto, potendosi dire che è rimasto un privilegio di quelli che abitano alcune delle nostre più alte vallate . Oh come stavano meglio i nostri nonni che queste stoffe facevano certi tabarri o cappotti detti bardocuculli dal Macaneo nella sua descrizione del lago Maggiore, che imbacuccavano e coprivano tutta la persona riparandola dal freddo e dalle intemperie!
Ma torniamo a noi. Le sedi del potere civile e religioso facevano di Vergonte il luogo di maggior importanza di tutta l'Ossola, importanza che andava sempre crescendo e sarebbe certo vieppiù aumentata e giunta sino ai nostri giorni, se un disastro terribile non avesse sepolto tanta gloria.
Tra il 1250 ed il 1251 una straordinaria alluvione del torrente Marmazza, che allora scorreva a fianco del borgo, soverchiò ad un tratto gli argini ed impetuosamente, come di solito nelle piene, irruppe nel borgo, riducendolo in poco tempo in un cumolo di rovine seppellendovi tutte le masserizie e buona parte de' suoi abitanti. Andarano esenti dalla comune rovina solo poche case, il convento degl'Umiliati, dove riparò in gran parte la desolata popolazione e la Chiesa Parrocchiale, quantunque quest'ultima avesse subito dei forti guasti.


PIETRASANTA

E' grande in tutti l'amor della patria e del dolce loco natio; ma questo affetto si scorge maggiormente negli abitatori delle montagne. La vista delle rovine di Vergonte, che avrebbe dovuto incutere orrore pel luogo agli abitanti scampati alla morte e li avrebbe dovuti indurre a stabilirsi altrove, sembra invece che abbia prodotto in loro un effetto tutto contrario. Essi infatti spinti dal grande amore che portavano al loro borgo, spinti dalla miseria più squallida in cui si videro ridotti in breve ora, di buona lena si misero a riattare ed a ricostruire le loro case presso le stesse rovine di Vergonte portandosi però nell'edificare le nuove piuttosto a mezzodì e verso la montagna. Il bisogno che sentivano i numerosi abitanti di ripararsi dalle intemperie, fece sì che, quantunque in parte la popolazione si fosse recata sulla sponda sinistra del Toce a popolar Vogogna che incominciava ad edificarsi al dir del Cotta, sorgesse in breve tempo un secondo borgo poco meno importante del primo.

Nel nuovo borgo continuarono ad avere la loro sede i rappresentanti del potere civile e religioso. Di bel nuovo fu cinto di mura, di fossati, di torri, sicchè prese l'aspetto di una vera fortezza. Ne fu però mutato il nome di Vergonte in quello di Pietrasanta, quantunque nella storia e nei documenti si trovi il nuovo borgo chiamato ora Pietrasanta ora Vergonte ora Vergonte di Pietrasanta. Come nessuno ci seppe precisare il tempo della distruzione di Vergonte, così nessuno sin ora ci seppe dare la ragione plausibile per la quale il nuovo borgo sorto a fianco di Vergonte sia stato chiamato Pietrasanta. Il Tiraboschi, che ci lasciò memoria del convento degl'Umiliati di Vergonte, dice che il nuovo borgo fu chiamato Pietrasanta da un sasso che riportava macchie del sangue di un martire, ossia pietra resa sacra dal sangue di un martire. Ma neppure il Tiraboschi si mostra persuaso che sia questa la vera origine del nome Pietrasanta, poiché vi mette la parola << ut fertur >> che vuol dire <<come si racconta>>.
Appaga di più la ragione che ne dà il Bianchetti nella sua storia dell'Ossola Inferiore, secondo la quale ci sarebbero notizie più sicure sulla distruzione di Vergonte e sull'origine di Pietrasanta.
Scorrendo gli annali Novaresi, dice il Bianchetti alla pagina 178, trovo che negli anni 1250 e 1251 era podestà di Novara Guiscardo de Petra - Sancta appartenente ad antica e nobilissima famiglia Milanese, figlio,. come dimostra il Giulini, di quel pagano de Petra - Sancta che fu podestà di Bologna nel 1230 e di Genova nel 1232. Ora crede il Bianchetti che il disastro di Vergonte sia appunto avvenuto nel 1250 o nel 1251, e che il Guiscardo, riconoscendo di quanta importanza fosse pel Comune di Novara il possedere nel cuor dell'Ossola Inferiore un luogo forte e ragguardevole, abbia con ogni cura fatto edificare presso le rovine di Vergonte un nuovo borgo, cui volle imporre il proprio nome.

Questo stesso Guiscardo, podestà di Lucca nel 1255 fece nella Versilia dipendente da quella città edificare un altro borgo col nome di Pietrasanta, nome che ancora conserva. Quindi è che per analogia che il Bianchetti crede che il Guiscardo essendo ai tempi della distruzione di Vergonte podestà di Novara, abbia aiutato e accelerato la ricostruzione del nostro borgo qui nell'Ossola, assegnandogli il suo stesso cognome di Pietrasanta. Ma qualunque sia la ragione per la quale il secondo borgo fu chiamato con diverso nome del primo, consta che fu tenuto dal Comune di Novara in grande considerazione.
Di fatto appena risorto il borgo di Pietrasanta, fu stabilito per decreto del predetto Guiscardo che, a prevenire nuove sciagure, ogni podestà di Novara, dopo due mesi dal suo ingresso in officio, dovesse spedire a Pietrasanta due delegati assieme con un notaio e un ingegnere, affinché sul luogo prendessero le misure necessarie e più efficaci per allontanare i pericoli che potessero minacciare il borgo da parte dell'Anza o dal'altro torrente. Stabilì inoltre che, dopo otto giorni dal ritorno della Commissione a Novara, dovessero le proposte prese sul luogo essere presentate ed immediatamente discusse dal consiglio maggiore, il quale avrebbe preso le opportune deliberazioni. Questo decreto fu nel 1284 al 21 ottobre inscritto negli Statuti del Comune di Novara.
Negli stessi Statuti sotto la data 27 Ottobre 1270 si fa memoria del pedaggio di Pietrasanta, il cui reddito venne in parte destinato a pagare i debiti verso i soldati. In altro Statuto della predetta città dal 14 gennaio 1276 si proibisce ai Conti di Castello e di Crusinallo di dimorare come Signori o Podestà del borgo di Vergonte ossia Pietrasanta. Si fa cenno nel 1301 al 20 di Settembre di una sentenza pronunciata da Leonardo de Perrazzo, Vicario dell'Ossola inferiore, in burgo Vergunti subter copertum Petrae - sanctae in favore del comune di Omegna contro Mergozzo.

Tutto questo ci dà a conoscere come Pietrasanta ebbe nell'Ossola la stessa importanza di Vergonte. Ma la durò a lungo Pietrasanta? Contava la nostra borgata, sorta sulle rovine di Vergonte circa 80 anni, dalla sua fondazione quando nell'inverno tra il 1327 e 1328, assai rigido, accompagnato da frequenti ed abbondanti nevicate, il freddo che si era sempre mantenuto intenso sino ai primi di marzo del 1328 conservando le nevi gelate specialmente sulle vette dei monti, verso la metà di marzo cessò, ed essendosi di molto raddolcita la temperatura specialmente per lo spirare continuo di venti marini le nevi si sciolsero rapidamente producendo una piena generale in tutti i corsi d'acqua.
Il 16 marzo1328 dalle montagne che si alzano sopra Drocola, frazione di Castiglione Ossola, s'era staccata una grossissima valanga, la quale precipitando a valle arrestò il corso dell'Anza allora rigurgitante. Ma la massa delle acque crebbe in breve in modo spaventoso liquefacendo le nevi, finche aiutata dalle forza della corrente, ruppe la momentanea diga e rovesciandosi giù con impeto pei sottostanti burroni si portò al piano. E' qui da notare che a quei tempi i detriti e le arene portate dal Toce e dall'Anza avevano formato un rialzo con pendenza verso Pietrasanta.
Non appena la fiumana si trovò libera, deviando dall'ordinario suo corso, si diresse all'improvviso a Pietrasanta e rotte le mura in men che non si dice ridusse tutto il borgo in un ammasso dio rovine.
La tradizione dice, che per essere questo secondo disastro accaduto di giorno, la maggior parte della popolazione potè salvarsi.


PIEVE VERGONTE

Il 16 Marzo 1328 segna la fine d'ogni grandezza ed importanza degli antichi borghi di Vergonte e di Pietrasanta.
Gli abitanti superstiti, che non avevano per anco dimenticato il disastro di Vergonte, sulle cui rovine avevano fra speranze e timori costruito i loro casolari, temendo nuove sciagure, passarono in buona parte a popolar Vogogna ed in parte nelle frazioni di Rumianca, Loro, Fomarco. Non tutti però si allontanarono da Pietrasanta, poiché ad alcuni non bastando l'animo d'allontanarsi, nè sapendo altri forse dove ripararsi, sulle rovine di Pietrasanta riattarono e ricostruirono le loro abitazioni portandosi sempre più verso mezzodì ed addossandosi alla montagna, benché per ben due volte si fossero veduti così terribilmente provati.
Di qui ebbe origine Pieve Vergonte ridotto ora, in quanto a circoscrizione civile, ad una frazione del comune di Rumianca; ma sempre sede di Pievania, e Parrocchia che a sua volta comprende sotto di sé la frazione di Rumianca, quella di Loro e l'intiero comune di Fomarco, posto sul pendio della montagna, diviso in dodici gruppi di case, da alcuni dei quali si godono deliziosi panorami. Pieve Vergonte, così fortemente provato nei passati secoli, ridotto oggi a ricordo glorioso dei tempi che furono, ha però l'aspetto di quei paesi, dove religione e civiltà apportarono quel miglioramento che tanto si desidera ai nostri tempi.

Mediante la ferrovia Novara - Domodossola si trova in comunicazione con Novara, Milano, Torino, Genova, dove i nostri nonni dovevano per recarsi, impiegare intere settimane, dopo d'aver fatto ad ogni buon conto il loro bravo testamento: presto il tunnel del Sempione lo metterà in comunicazione coi paesi della Svizzera. Le miniere aurifere di Valtoppa e di Croppino, dove trovano lavoro una parte dei nostri operai, hanno fatto sì che prima a Fomarco, ora a Pieve Vergonte vi si impiantassero importanti stabilimenti metallurgici.

E' pur degna di riconoscente ricordanza e d'alto encomio la beneficenza del fu dottor Giovanni Cicoletti e di sua consorte Eugenia Querrini, i quali morendo l'uno il primo Giugno 1883, l'altra il diciassette Agosto 1884 legarono la loro vistosa eredità ai poveri della Parrocchia, fondandovi un asilo infantile e dotando d'annuo assegno la scuola femminile della frazione di Pieve, col disporre da ultimo che il reddito della rimanente loro sostanza fosse distribuito ai poveri. Nè furono dimenticati dai predetti benefattori, la Chiesa e la prebenda parrocchiale di cui aumentarono gli scarsi redditi.


PIEVANIA di VERGONTE

Si è veduto per quali ragioni fu chiamato Vergonte il primo borgo, Pietrasanta il secondo, ora ci rimane a cercare perché fu detto Pieve Vergonte l'attuale gruppo di case sorto sulle rovine di Pietrasanta. Dopo i due disastri, in cui andarono distrutti i nostri due borghi, con le rovine materiali andarono pure perduti, con grave danno, tutti quei documenti che avrebbero potuto fornire alla storia notizie certe ed esatte. La stessa tradizione che ci tramandò quanto conosciamo,si sarebbe perduta se un fatto non l'avesse mantenuta sempre viva. E questo è la dignità di Pievania ossia di Chiesa matrice che Pieve Vergonte, anche in mezzo a lotte sempre mantenne e mantiene tuttora.
Tutti gli Ossolani ricordano con venerazione il luogo comunemente da essi denominato La Pieve come centro e culla, donde a loro pervenne la luce del Vangelo e dalla quale i loro vecchi un giorno dipendevano. E' ancor viva nei loro cuori la riconoscenza per questo luogo che racchiude un passato glorioso. Quindi è che qui recandosi dai più lontani paesi delle loro valli si vedono far sempre una visita alla Chiesa e nel partirsi recitare il deprofundis passando accanto al luogo dove la tradizione ci dice esservi stato l'antichissimo cimitero, sotto le cui zolle gli antenati loro dormono il sonno dei giusti. Ma che cosa significa il nome Pievania?
Questa parola deriva dalla parola Pieve che a sua volta deriva dalla parola latina Plebs, che vuol dire popolo. Sul principio in cui propagavasi la religione cristiana è facile comprendere come non vi potessero essere tante parrocchie sparse in tutti i paesi come ai nostri giorni. Allora essendo ancor piccolo il numero dei cristiani, solo quà e là in alcuni paesi più popolati v'erano uno o più sacerdoti che avevano sotto la loro giurisdizione i cristiani dimoranti nelle terre vicine. Solo in questi paesi un dì si celebravano i divini misteri, come oggi li vediamo celebrati in tutte le Chiese parrocchiali, ed erano detti Pievi o Pievanie che è la stessa cosa. Il gruppo di case sorto sulle rovine di Pietrasanta detto ancora ai nostri giorni Pieve era appunto fin da quando S. Gaudenzio primo Vescovo di Novara divise la Diocesi nostra in Pievanie, uno di questi paesi fortunati. Ecco il significato o la ragione per cui Pieve Vergonte è chiamato appunto col nome di Pieve. Si aggiunge poi la parola Vergonte e per ricordare il primo borgo sorto appunto dove oggi si trova la Parrocchia di Pieve e per rammentarci ad un tempo che la Pieve di Vergonte; come gli altri la sogliono chiamare, fu costituita ai tempi in cui sorgeva Vergonte. Un fatto che ci ricorda la dipendenza di ciascuna delle Parrocchie ora separate, ma che un giorno formavano con questa Pieve una sol famiglia, una sola Chiesa, si ha nella distribuzione degli Oli Santi che ognuna di esse viene a ricevere qui a Pieve Vergonte il sabato santo d'ogni anno. Da questa distribuzione si comprende che la Pieve di Vergonte si estendeva dai torrenti Ovesca e Melezzo fino al lago di Mergozzo e comprendeva le parrocchie di Masera, Trontano, Cosa, Cosasca, Prata, Vogogna , Premosello, Cuzzago, Albo, Bracchio, Mergozzo, Ornavasso., Migiandone, Anzola, Megolo, Anzino, Bannio, Macugnaga, Ceppomorelli; Vanzone, S. Carlo, Calasca, Castiglione, Cimamulera, Piedimulera, Pallanzeno. La tradizione vorrebbe che anche la Parrocchia di Villa d'Ossola con tutta la valle Antrona fosse anticamente soggetta alla Pieve di Vergonte.

Chiese di Vergonte, Pietrasanta e Pieve Vergonte

Si può dire senza tema di smentita che la Chiesa di Vergonte fu, se non la prima, una delle prime fondate nell'Ossola. A quel epoca rimonti la sua fondazione non si sa. Il Canonico Sottile, riferisce il Bianchetti nella sua Storia dell'Ossola, la vorrebbe far credere fondata nel primo secolo, indotto così a pensare da una iscrizione scolpita sopra un sasso dissotterrato, che attualmente serve di architrave alla porta di ingresso di ponente detta volgarmente porta di Fomarco. Su quella pietra fu riferito al Sottile esservi incise queste parole: << Aedificata anno…..sti LXIII>> che vorrebbe dire: Costruita l'anno 63 dopo Gesù Cristo. Lo stesso pensò il Canonico Raimondi presso il Casalis; anche lo Scaciga della Silva la crede del primo secolo. I vari inventari della Parrocchia eseguiti dai Parroci Prevosti dall'anno 1679 al 1800 la dicono fondata nel 60 dopo Gesù Cristo. La tradizione poi va un passo avanti ed aggiunge che la Chiesa di Vergonte fu edificata dallo stesso Apostolo S. Barnaba, in memoria e ringraziamento, del qual fatto si è sempre praticata e si pratica la processione come nelle solennità nella Parrocchia di Pieve Vergonte, il giorno undici Giugno d'ogni anno nel qual giorno cade la festa di S. Barnaba.

Come sia in errore il canonico Sottile ce lo dimostra con ragione perentoria il Bianchetti alla pagina 73 delle sua Storia dell'Ossola. Se il buon canonico Sottile, dice il Bianchetti, avesse vista ed esaminata coi propri occhi l'epigrafe, dalla forma stessa dei caratteri non avrebbe tardato ad accorgersi come non sia, contemporanea all'erezione della Chiesa, me di molti secoli posteriore. Oltre a ciò essa porta nel mezzo finamente scolpita l'arma ossia l'insegna della Fazione Ferraria (l'incudine con martello e tenaglia di fabbro ferraio) la quale ripete la sua origine e fu assunta da vari comuni dell'Ossola inferiore soltanto all'epoca delle deplorevoli fazioni degli Spilorci e dei Ferrari che insanguinarono le nostre valli nel secolo decimoquarto. Avrebbe anche osservato che l'iscrizione consta di altre parole aggiunte in diversi tempi per il che non merita fede. Gl'inventari dei Parroci Prevosti la direbbero fondata nel 60 dopo Gesù Cristo ossia tre anni prima di quanto asserì il Sottile. Anche questa data è da rifiutarsi per la semplice ragione che, salvo rare eccezioni, prima della facoltà concessa ai Cristiani dall'Imperatore Costantino il Grande coll'editto di Milano del 313, col quale dichiarò religione dell'Impero il Cristianesimo, non furono fabbricate Chiese pubblicamente, ma si celebravano i santi misteri di nascosto o nelle catacombe o in case private. Non essendo quindi state fabbricate chiese per uso pubblico prima del 313, come si può ammettere che nel 60 dopo Gesù Cristo sia fondata la chiesa di Vergonte? Per la stessa ragione cade quanto ci tramanda la tradizione che vorrebbe sia stata edficata dallo stesso Apostolo S. Barnaba la chiesa di Vergonte: Poiché S. Barnaba subì il martirio nel 62 ossia 231 anni prima che fosse permesso ai cristiani di erigere chiese. A questo punto mi si presenta un'osservazione degna di nota. E' oramai cosa certa, come lo dimostra il Biraghi in una delle sue dotti dissertazioni che precedono l'edizione della storia più antica ed autorevole della Diocesi di Milano dal 51 al 305 dell'era volgare, stampata nel 1848, che l'Apostolo S. Barnaba ai tempi dell'imperatore Claudio dal 41 al 54 passò da Roma a Milano col suo discepolo e concittadino Anatolio, che egli pose poi a capo della Chiesa Milanese, quando ritornò in Cipro, dove come si è detto subì il martirio nel 63. Ciò premesso non mi sembra più così impossibile in vista di quanto intorno alla Chiesa di Vergonte, erroneamente si, ma con tanta insistenza ci vorrebbe far credere la tradizione il supporre che S. Barnaba nel tempo in cui fu a Milano abbia potuto spingersi fino a Vergonte, non già a fondere la prima chiesa materiale di Vergonte, ma a predicarvi il Vangelo fondando così, come vorrebbe la tradizione, la Chiesa, ossia a convertire alla fede di Gesù Cristo gli abitanti di Vergonte.
E questo tanto più mi pare possibile, perché non mancano storici che asseriscono essersi S. Barnaba recato a predicare sino nella Svizzera a noi prossima. A questa mia supposizione mi conduce un altro fatto. Lo Scaciga della Silva a pag. 33 e 34 della sua storia dell'Ossola dopo aver narrato che nel primo secolo penetrò il raggio della fede nell'Ossola, aggiunge per prova che a Vergonte si conservava con gran venerazione e si conservò sino alla distruzione di Pietrasanta un altare dove furono celebrati i santi misteri nel primo secolo. Ma il vero motivo per cui questo altare era tenuto in tanta stima e si religiosamente conservato come dice la tradizione affermando che in esso celebrò l'apostolo stesso S. Barnaba. Ma se non risale al primo secolo la costruzione della prima nostra chiesa ossia di Vergonte in qual altro tempo sarà stata costruita? Io ritengo di non andare lontano dal vero nell'asserire che la Chiesa di Vergonte sia stata incominciata tra il 397 ed il 417. In un antichissimo manoscritto che si conserva nell'insigne collegiata di S. Vittore in Intra si annoverano otto parrocchie fondate dal primo dal primo Vescovo di Novara S. Gaudenzio Tra queste vi è pure quella della Valle d'Ossola sotto a Vergonte. Ora si sa che S. Gaudenzio resse la Diocesi di Novara dall'anno 397 al 22 gennaio 417. Ne viene quindi di conseguenza, stando al predetto manoscritto, che Vergonte in quel periodo di tempo fu costituita sede parrocchiale nell'Ossola. Una volta stabilita la sede parrocchiale è naturale che vi si sia eretta anche la Chiesa in cui gli Ossolani convertiti alla fede potessero radunarsi per assistere ai divini misteri e ricevere i santi sacramenti.


Quante Chiese furono erette dai tempi dell'antica borgata di Vergonte sino ai nostri giorni?


Tre sono le Chiese edificate dai tempi in cui esisteva Vergonte, compresa la presente. Tutte e tre sono state costruite nello stesso luogo e si può dire sulle stesse fondamenta ad eccezione per l'ultima, alla quale come vedremo fu data differente disposizione. La prima durò in piedi dai tempi di S. Gaudenzio ossia dal 400 all'incirca sino al 1328 nel qual anno fu distrutta col borgo di Pietrasanta dall'Anza. Dico distrutta dall'Anza; poiché come si è notato più sopra nel disastro di Vergonte nel 1251 la Chiesa fu bensì danneggiata, ma non andò distrutta. Di questa prima Chiesa che aveva l'altare volto ad oriente (cioè verso il cimitero) come tutte le Chiese antiche v'è tuttavia un'avanzo in un muro, in direzione da ponente a levante , con tracce di antica pittura nel sepolcro dei parroci prevosti, sotto il pavimento prossimo alla balaustra dell'altar maggiore della presente Chiesa. Essa aveva l'ingresso a ponente là dove era la porta detta di Fomarco. Il pavimento di questa prima Chiesa corrispondeva al pavimento che si vede ora nel sepolcro dei prevosti.

La seconda Chiesa servì al culto circa dal 1328 al 1630. Come fosse disposto questo fabbricato, ce lo lascia arguire un inventario del Prevosto Nicello in data 2 Gennaio 1679, ossia 40 anni dacchè si era cominciato a fabbricare la Chiesa ora esistente. Egli parlando della porta della Chiesa, detta ora porta di Fomarco, ci lasciò scritto: la qual porta era la maestra quando stette in piedi l'antica Chiesa; ma essendosi ora a più nuova forma ridotta (la Chiesa) la porta ora riguarda a mezzogiorno il coro a tramontana. Dal che risulterebbe che la seconda Chiesa doveva avere la forma di costruzione della prima, cioè coll'entrata maggiore a ponente e l'altare ad oriente. Anzi non conoscendosi la causa per la quale, mentre ancora esisteva la seconda Chiesa, si costrusse la terza ed attuale nel 1630, sarei d'opinione che questo che questo secondo tempio non sia stato che una riattazione riparazione sugli stessi muri del primo, coll'unica differenza che avendone l'Anza ricoperto e seppellito parte del fabbricato antico i nostri vecchi furono costretti a portare il pavimento al livello della Chiesa ora esistente, la qual cosa deve aver fatto si che la seconda Chiesa sia riuscita bassa ed alquanto informe e per questa cagione nel 1630 se ne costruì una nuova.
La terza Chiesa fu incominciata nel 1630, come ce ne fa fede l'iscrizione latina al lato destro dell'architrave per chi entra in Chiesa per la porta di Fomarco: <<Raedificata de anno 1630 existen. "Praep." I. A. Giavinello Castiglionen>> che vuol dire riedificata nel 1630 essendo Prevosto Giovanni Antonio Giavinello di Castiglione: Quantunque sia stata costruita in varie riprese non mi pare tuttavia che possano riferirsi alla costruzione la data del 1721 che porta il pezzo di fabbricato dove v'è il Battistero e quella del 1723 posta sotto la gronda del locale sopra la sacrestia e l'uno e l'altro di questi due locali sono citati già come esistenti nell'anno 1679 nell'inventario Nicello. Le parole poi sopra riferite del predetto inventario: <<la qual porta era la maestra quando stette in piedi l'antica Chiesa; ma essendosi a più nuova forma ridotta ecc.>> danno a vedere che nella costruzione della presente Chiesa si è mutato forma all'antico fabbricato e si è, nella costruzione del nuovo, conservata parte di quello già esistente, segnatamente il lato dove trovasi la porta di Fomarco, perché diversamente, se tutta fosse stata atterrata la seconda Chiesa, si sarebbe distrutto anche il lato dove è praticata la predetta porta, quindi non si sarebbe più potuto dire, che la porta attuale di ponente era la maestra, quando stette in piedi l'antica Chiesa. L'attuale fabbricato di forme belle e slanciate, che misura metri 31 e centimetri 30 in lunghezza per metri 19 e centim. 50 in larghezza, ha già subito parecchi cambiamenti nel suo interno: Prima nel coro v'era un icona antica ornata a colori con forti dorature colle statue di Gesù che risorge dal sepolcro, di S. Vincenzo, di S. Gaudenzio, dell'Assunta e dei dodici Apostoli . L'altare era coperto superiormente da baldacchino in seta rossa. Da un lato all'altro dell'altar maggiore, invece dei pregevoli quadri del Peretti v'erano prima due soli quadri e due statue d'angeli dove ora sono i due bracci in ferro. Al lato del Vangelo vi era un armadio nel muro ove si riponevano le sacre reliquie. L'altar maggiore è più antico: si doveva forse trovare nella seconda chiesa, se pur non fu nella prima. In esso il disegno è squisito, l'esecuzione perfetta accuratissima anche nelle sue minute parti che lo compongono, come si può vedere nelle piccole e numerose statue che l'adornano.
Il tabernacolo che si vede ora deve essere stato aggiunto in tempi posteriori; che anticamente al luogo del tabernacolo ci doveva essere una colonnetta, usandosi allora il tabernacolo superiore che è ora coperto con lastra di rame su cui v'è dipinto Gesù risorto. Peccato che forse la dura necessità abbia già fatto subire oltre a questo altri cambiamenti all'altare in danno del bel disegno, come le due aggiunte alle parti laterali per mettervi i busti nelle solennità. E' pure degno di nota l'antico dipinto monco raffigurante la pietà che trovasi addossato alla parete posteriore dell'altare, giudicata pittura del cinquecento, ma che forse deve essere di data anteriore. Antiche pure le pile dell'acqua santa, forse già usata nella prima chiesa di Vergonte, come anche il fonte battesimale, che porta nella parte in legno la data del 1583, doveva appartenere all'antica Chiesa. Tutto il fabbricato poi nel suo complesso quantunque costruito con gusto artistico con muri solidissimi, pure per essere basato in parte sugl'antichi muri ed in parte su terreno alluvionale ha presentato nel passato forti screpolature, danno questo cui si riparò col collegarne tutto l'edifizio con forti chiavi in ferro. Sono molti i pregi artistici dell'ampia Chiesa di Pieve Vergonte, ma tutti li supera di gran lunga il prezioso tesoro che possiede: il corpo di S. Orsa.


PARTE SECONDA
CHI FU S. ORSA

In quella parte dell'Asia conosciuta oggi sotto il nome di Anatolia, o Asia minore, v'era un giorno la provincia di Bitinia che annoverava fra le sue città quella di Nicomedia, ove circa l'anno 240 dopo la venuta di Gesù Cristo nacque S.Orsa. La Chiesa che allora continuava a propagarsi tra ininterrotte lotte e fierissime persecuzioni sorte da ogni lato per arrestare e se fosse stato possibile distruggere il Cristianesimo, non aveva certo attrattiva di sorta alcuna per i suoi figli, per i seguaci del Nazareno. Chi si professava Cristiano esponeva a certa e barbara morte la propria vita. Quindi non è a supporre che nell'abbracciare e conservare la religione di Gesù Cristo sia stata la nostra Santa indotta da fini men che santi. Chi e quali fossero i genitori di S. Orsa si ignora affatto, ci è però permesso di congetturare, dall'età in cui subì il martirio che Ella sia stata fin da bambina allevata da genitori cristiani, educata in quel santo timor di Dio che ai primi credenti faceva sprezzare i beni di quaggiù, le più belle speranze e la vita stessa, quando fosse stato necessario esporsi ai più atroci tormenti e anche alla morte, anziché rinnegare Dio e la fede.
Genitori santi davano alla religione e alla patria figli santi in quei secoli gloriosi. Ed è per questo, che, invece di temere per la vita dei loro figli o piangerne la morte, i genitori cristiani dei primi tempi della Chiesa, esortavano al martirio i loro figliuoli. Bisogna pur dire che S. Orsa sia stata educata a questa scuola per aver avuto tanto coraggio di soffrire il martirio nel verde Aprile di sua età, quando l'uomo incomincia e sente tutte le attrattive della vita. S.Orsa fu martire! Qual gemma allo spuntare della primavera, fu dalla brina della persecuzione bruciata sullo stelo, prima ancora che potesse sbocciare in fior delicato dalla vaga corolla e spander le sue fragranze celestiali tra popoli corrotti. Che Ella sia stata martire lo prova la storia ecclesiastica nel breve cenno che ci fa del martirio che subirono a Nicomedia Marciano, Luciano, Floriano, Eraclio ed Orsa. In un antico martirologio della Chiesa d'occidente così vien commemorato il loro martirio: <<Die 26 Octobris Nicomediae passi sunt Lucianus, Marcianus, Florianus, Heraclius et Ursa tempore Deciì imperatoris sub Sabino proconsole.>> il che vuol dire <<In Nicodemia il giorno 26 Ottobre subirono il martirio Luciano, Marciano, Floriano, Eraclio ed Orsa ai tempi dell'Imperatore Decio sotto Sabino proconsole.>> La persecuzione suscitata da Decio fu la settima e una delle più fiere. Decio che aveva sempre nutrito l'odio più selvaggio contro i cristiani, lo portò anche sul trono. Egli inaugurò il suo regno con un editto sanguinoso contro i fedeli indirizzato a tutti i governatori delle provincie. Fu questo il segnale dell'attacco della settima persecuzione generale. L'editto tramandatoci dalla storia diceva che egli era risoluto di trattare con clemenza tutti i suoi sudditi, ma ne era impedito dalla setta dei cristiani che colla loro empietà attiravano l'ira degli dei e tutte le calamità sull'impero. Ordinava quindi che ogni cristiano, senza distinzione di qualità o di stato, di età o di sesso, fosse obbligato a sacrificare nei templi; che quelli i quali rifiutassero fossero chiusi nelle carceri dello stato e sottoposti da prima a lievi pene per vincere a poco a poco la costanza, e finalmente, se rimanessero ostinati, venissero precipitati nel mare, gettati vivi in mezzo alle fiamme, esposti alle belve, appesi agli alberi, perché fossero pasto agli uccelli rapaci, o straziati in mille guise co' più crudeli tormenti. Nella settima persecuzione si giunse al punto di sospendere tutte le cause così pubbliche come particolari unicamente per condannare e martoriare i fedeli. Tutti gli strumenti inventati dalla crudeltà degli uomini straziavano dì e notte il corpo dei martiri, ed ogni carnefice pareva di non essere barbaro quanto gli altri. Prima vittima di questa persecuzione fu il Pontefice S. Fabiano che ebbe mozzo il capo il 20 Gennaio 250. Fra le centinaia di martiri in questa stessa persecuzione perì S. Orsa. In qual anno sia stata martirizzata S. Orsa la storia non lo lasciò scritto, ma sapendosi che fu martire ai tempi di Decio, che fu imperatore dal 249 al 251, ne segue che in questi tre anni ebbe luogo il suo martirio.
S. Orsa fu Vergine. Ella ebbe il bél privilegio che solleva l'uomo sopra la natura umana, lo fa degno mentre ancor vive quaggiù, di essere considerato simile agli angeli del paradiso, gli dà diritto d'esser nella patria beata annoverato a quel coro che circonda il trono di Gesù, Re dei Vergini, per cantare il mistico cantico che solo agli innocenti sarà dato di innalzare a Dio. Della verginità che intatta conservò la nostra Santa ne abbiamo pure prova nelle parole trovate scolpite sul glorioso suo sepolcro: Corpusculum S. Ursae Virginis et Martiris, ossia corpo di S. Orsa Vergine e Martire. Quale fu mai il martirio della nostra Santa? In che età lo subì? Nulla ci consta di certo. I medici che, come vedremo, ne esaminarono lo scheletro, asseriscono che fu decapitata nel principio dell'adolescenza.

IN QUAL MODO IL CORPO DI S. ORSA PERVENNE A PIEVE VERGONTE

Dal giorno del martirio della nostra Santa ad oggi sono passati circa 1648 anni e da Nicodemia a Pieve Vergonte v'è una distanza non indifferente: ora come mai il corpo di S.Orsa si conservò per così lungo tempo e fu trasportato a Pieve Vergonte? La risposta non è così facile mancando veri documenti storici; allo scopo di renderla chiara, per quanto possibile, e dividere la pia credenza della certezza storica, io dividerò i 1648 anni che sono trascorsi dal dì del martirio di S. Orsa a noi in quattro periodi che sono: il primo dal 254 al 1715, il secondo dal 1745 al 1732, il terzo dal 1732 al 1741, il quarto dal 1741 al 1898.


PERIODO PRIMO 254 - 1715

Le notizie del sacro corpo di S. Orsa dal 251 la 1715 si fondano sopra ragionate congetture. In tempo delle persecuzioni e specialmente durante la settimana che, come sopra s'è visto, fu una delle più belle fiere, solevasi dai cristiani raccogliere ben di nascosto i corpi dei santi martiri, tenerli celati, finchè si presentasse propizia l'occasione per dar loro sepoltura sottraendoli alla profanazione a cui erano esposti e conservandone i preziosi avanzi. Ho detto ben di nascosto, perchè se fossero stati sorpresi ad esercitare questo atto insigne di carità ne sarebbe andata la loro vita tra i più barbari tormenti. Così deve essere appunto avvenuto per la nostra Santa. Non appena essa, sparso il suo sangue s'en volò collo spirito fra i beati del paradiso, i cristiani di Nicodemia ne devono aver raccolto il virginal corpo, dandogli forse temporanea sepoltura, o religiosamente conservandolo di nascosto, finché si presentò propizia l'occasione per trasportarla a Roma, dove gli diedero sepoltura nelle catacombe di Priscilla ossia in uno di quei sotterranei scavi che si suddividono in molte diramazioni; dove quanti non sono pratici facilmente si smarriscono in modo da poterne difficilmente uscire senza guida. Nelle catacombe i cristiani dei primi tempi della Chiesa, costretti a tenersi nascosti dalle persecuzioni, si radunavano a celebrare i divini misteri; nelle catacombe seppellivano i loro defunti specialmente i martiri. Le più celebri sono quelle di Roma, di Napoli, di Palermo, di Siracusa, e di Parigi. Il corpo di S. Orsa rimase sepolto nelle catacombe S. Priscilla in Roma sino al 1715 o giù di lì, ossia per ben 1464 anni.


PERIODO SECONDO 1715 - 1732

Nel 1700 dopo la morte di Innocenzo XII veniva eletto Papa il cardinale Francesco Albani che prese il nome di Clemente XI, Papa dotto, magnanimo insigne protettore delle scienze e delle arti, uomo tutta carità che ebbe un pontificato di ventun anni quanto glorioso altrettanto travaglioso. Durante il pontificato di Clemente XI, mentre i dotti in Roma attendevano allo studio dell'archeologia nelle catacombe di Priscilla deve essere stato scoperto il glorioso sepolcro della nostra Santa. Il papa, fatto consapevole di questa scoperta, ordinò che ne fossero estratti gli avanzi, che dopo ripetute istanze furono poi dati in dono al maestro delle cerimonie ponteficie di quel tempo che era il Rev. canonico Don Candido Cassina, il quale appunto per ordine di Clemente XI lo estrasse dalle catacombe il 14 Dicembre 1715.
Il Cassina lo diede a sua volta qual prezioso dono al cerimoniere maggiore della Chiesa Metropolitana di Milano Don Giovanni Maria Macinago. Dal Rev. Don Macinago passò il corpo della nostra Santa, sempre per via di donazione, al Rev. Don Ignazio Maria Visconti; prevosto della Metropolitana di Milano, dal quale fu donato alla nobile famiglia Cattaneo di Vogogna, consanguinea del predetto prevosto Don Ignazio Mari Visconti.
La famiglia Cattaneo era allora composta da Giovanni Andrea Cattaneo, professore di astronomia, autore di trattati su questa scienza che si conservano nella biblioteca Ambrosiana di Milano; e da Don Tiberio Cattaneo, eletto parroco prevosto di Pieve Vergonte nel 1719. Il professore Giovanni Andrea cedette al Parroco di Pieve il corpo della nostra Santa che fin d'allora fu portato e sempre religiosamente conservato a Pieve Vergonte. Appena in possesso della santa reliquia, il prevosto Cattaneo la mandò a Novara per farla riconoscere dal Vescovo, allora Cardinale Gilberto Borromeo.
IL sacro corpo di S. Orsa, sempre chiuso in una piccola cassa con sempre intatti quei sigilli coi quali fu munita nel giorno in cui fu estratto dalle catacombe di S. Priscilla, fu per ordine del prevosto di Pieve Vergonte, portato a Novara da un certo Spadone Lorenzo di Megolo il 9 Febbraio 1720. A Novara il Vicario Generale del Vescovo coll'assistenza dei due Rev. Teologi Don Giovan Battista Ridono e Don Carlo Antonio Perazolio e del Cancelliere della Curia Vescovile Francesco Appiano alla presenza dei due testimoni, Rev. Carlo Saino fu Alessandro e Rev.Giovan Battista Asnago fu Antonio, entrambi di Novara, previa visione delle autentiche delli 14 Dicembre 1715 e della lettera di donazione con cui il sacro corpo era passato in proprietà del prevosto Cattaneo di Pieve, constatato che i sigilli portanti l'impronta dello stemma di Monsignor Nicolao Caracioli vice - gerente di Roma erano intatti, accese due candele né aprì la piccola cassa, ne riconobbe la reliquia. Dopo questa constatazione il sacro corpo fu richiuso nella medesima cassetta, cui furono apposti i sigilli della Curia Vescovile di Novara, e fu rimessa al predetto Spadone, perché la riportasse al parroco prevosto di Pieve Vergonte colla facoltà di poter esporre alla pubblica venerazione il S. corpo contenutovi. Da questo tempo S. Orsa incominciò ad essere venerata nella Chiesa di Pieve Vergonte essendo stata collocata nell'armadio al lato dell'altare maggiore insieme con le altre reliquie dove rimase sino al 1732.
A questo punto dobbiamo fare un po' di digressione per rispondere ad una difficoltà che potrebbe sorgere in molti, ed è la seguente: Chi ci assicura che il corpo che possiede la Parrocchia nostra sia quello di S. Orsa?

Quand'anche non ci fossero altre prove colle quali rispondere a questa domanda, io potrei dirvi che ci assicura la Chiesa colla sua sorveglianza sulle reliquie in genere. La vigilanza della Chiesa a tutela delle Sacre Reliquie è cos' scrupolosa, che quando una reliquia è da essa dichiarata autentica, ognuno può essere sicuro della sua autenticità. Ora dalla Chiesa il corpo della nostra Santa è dichiarato autentico, quindi questo solo basterebbe per farcelo credere quello di S. Orsa. Ho detto quand'anche non ci fossero delle altre prove, che nel nostro caso ve ne sono e delle perentorie. E' da notarsi che nelle catacombe sono sepolti a centinaia i corpi dei santi martiri, molti dei quali furono là collocati, senza che se ne conoscesse nè il nome nè il tempo, nè il genere del loro martirio, perché raccolti di notte tempo durante le persecuzioni che non lasciavano ai cristiani il tempo per farne le dovute investigazioni. Non così fu della nostra Santa la quale portava scolpito sul suo glorioso sepolcro il nome di Orsa (e non Orsola come molti erroneamente pronunciano.) Di tanto ci fa fede l'autentica della sacra reliquia del corpo di S. Orsa firmato dal Cardinale Nicolao Caracioli Arcivescovo di Capua, già Vicegerente di Papa Clemente XI, in data 14 Dicembre 1715, la quale dice: Fidem facimus et attestamur quatenus sacrum Corpusculum Sanctae Christi Martiris Ursae cum hoc proprio nomine repertum ecc…, che vuol dire: Noi facciamo fede e attestiamo che il Sacro Corpicciolo di S. Orsa martire di Gesù Cristo con questo proprio nome venne ritrovato nelle catacombe di S. Priscilla. Possiamo perciò dire a riguardo il corpo posseduto da Pieve Vergonte che noi abbiamo la stessa certezza sia quello di S. Orsa, che ha il figliuolo di vedere gli avanzi mortali di sua dolce genitrice entro quel sepolcro che ne porta il nome; certezza che non può essere messa in dubbio dal fatto che egli non l'ha conosciuta, perché premortagli quand'era bambino. Come poi dopo estratto dalle catacombe siasi sempre custodito racchiuso nella piccola urnetta ricoperto di carta rossa coi sigilli sempre intatti ce ne fanno fede le successive autentiche, gli strumenti di passaggio da una persona all'altra con tutte quelle formalità prescritte dal Concilio Tridentino da sembrar soverchie e scrupolose persino a chi volesse porre in dubbio l'autenticità.


PERIODO TERZO 1732 - 1741

Abbiamo visto sopra che quantunque dal Cardinale Giberto Borromeo Vescovo di Novara fosse stato concesso al Prevosto D. Tiberio Cattaneo di esporre alla pubblica venerazione il corpo di S.Orsa nel 1720, pure fu messo colle altre sacre Reliquie nella Chiesa di Pieve. Ciò non prova sia venuta meno nel Prevosto Cattaneo la volontà di esporre alla pubblica venerazione dei fedeli la Reliquia, per il che aveva con tanta sollecitudine ottenuto la facoltà di Novara. La causa sembrami si debba cercare nella mancanza di denaro o nel non sapere come esporre il corpo della Santa con quel riguardo che meritava l'insigne Reliquia. Se non che in questo frattempo, mentre si pensava come effettuare la cosa, avvenne che il Prevosto Cattaneo nella ancor robusta età di 47 anni improvvisamente moriva in Pieve Vergonte alle ore 9 di sera del giorno 9 novembre dell'anno 1732. Il sacro corpo di S. Orsa, essendo ancora di proprietà del Prevosto Cattaneo, passò in eredità ai legittimi eredi causidico Teodoro e a notaio Alessandro fratelli Cattaneo suoi nipoti. Gli eredi venuti a cognizione delle cose, ben volentieri donarono il corpo della Santa alla Parrocchia di Pieve Vergonte con pubblico in strumento del notaio apostolico imperiale Pietro Giovanni Maria Grolli in data 14 dicembre 1732 ossia un mese e qualche giorno dopo la morte del Prevosto D. Cattaneo. Al Prevosto Cattaneo era succeduto nella Prevostura di Pieve, dopo cinque mesi di amministrazione interinale tenuta dal coadiutore Porolo, il sacerdote Giovanni Battista Mellerio di S. Maria Maggiore. Dal 1732 al 1740 non si hanno notizie intorno alla nostra Santa, cosa che facilmente si spiega e per l'entrata nella parrocchia del nuovo parroco e forse più ancora per la cagione sopraccennata cioè per la mancanza di denaro. Che questo fosse il primo fra tutti gli altri motivi, si ricaverebbe da corrispondenze del 1740 tra il Prevosto Mellerio di Pieve Vergonte e un certo Don Carlo Ferreri ed un nipote di questo di nome Ferreri Giovanni Antonio, nativi di Pieve Vergonte, dimoranti in Milano. I Ferreri avevano ricevuto incarico dal Prevosto e dalla Fabbriceria di Pieve di far costruire una piccola urna dove collocare il corpo della Santa per esporlo alla venerazione. Se non che, mentre a Pieve si calcolava di far una cosa economica di poca spesa, a Milano i Ferreri per non esporre sé stessi e quei di Pieve al ridicolo facevano intendere per lettere che si richiedevano almeno L. 400 o giù di lì. Alla fine si diede l'ordine di spendere il necessario, ed allora fu eseguita l'urna entro cui anche oggidì si conserva il corpo della Santa nostra Patrona. Da una nota che trovasi in questo archivio Parrocchiale si ricava che l'importo dell'urna ascese a L.357. Nel luglio 1741 il Ferreri Giovanni Antonio venne a Pieve a prender la piccola cassa munita dei sigilli della Curia Vescovile di Novara per trasportarla a Milano e collocarne il sacro corpo nell'urna nuova. A Milano adempiute le solite disposizioni del Concilio di Trento, cioè la verifica dei sigilli e dell'autentica, fu aperta la cassetta al termine di Luglio 1741. E' qui da notare che, essendo il corpo della Santa rimasto sepolto nelle catacombe di S. Priscilla per quasi 1500 anni, s'era in massima parte ridotto in frantumi e polvere. Mentre in Milano se ne toglievano dalla cassettina gli avanzi si trovò fra i medesimi un piccolo biglietto, su cui si leggeva: Corpus et cineres Sancti Ursi Virginis et Martiris, che vuol dire: Corpo e ceneri di S. Orsa Vergine e Martire .In una parola il piccolo scritto dava a vedere che anziché di donna le ossa e le ceneri contenute nella cassetta fossero di un uomo. E' inutile a dire che fu allora subito sospesa ogni ulteriore operazione e la cosa fu portata avanti i medici della Casa del Cardinal Stampa Arcivescovo di Milano, come a coloro che solamente potevano darne un competente giudizio. Questi, dopo d'averne esaminate le parti delle ossa ancora intiere, dichiararono che si trattava certamente del corpo di una donna e non di un uomo, come lo davano ancora a vedere i femori, ossia gli ossi delle coscie che erano ricurvi, laddove laddove negli uomini sono diritti. L'errore pare sia avvenuto in questa guisa, che allorquando nel 1715 si riposero le ossa nella piccola cassetta per inavvertenza si scrisse sul piccolo foglio la parola Ursi invece di Ursae. Chiarito così l'equivoco il Rev. Sacerdote D. Giulio Bigatti, a ciò destinato dalla Curia Arcivescovile di Milano, si mise a ricomporre per quanto gli fu possibile il corpo nelle varie parti. Ma a questo punto ci troviamo avanti ad una difficoltà della massima importanza che suscita forti dubbi sulla stessa veracità del corpo della Santa, ed è questa: Come è mai possibile che S. Orsa martirizzata fra gli otto e i dodici anni avesse un cranio così sproporzionatamente grosso come quello di persona già giunta al suo completo sviluppo?

Abbiamo visto sopra come il Sacerdote Don Bigatti si fosse messo a ricomporre le ossa nelle loro varie parti e come ciò gli fosse possibile, poiché una gran parte, durante il lungo tempo rimasero sepolte nelle catacombe, andarono in frantumi. A sostituire, pertanto le ossa frantumate, per poter ricomporre l'intero scheletro, si pensò di far eseguire in legno le parti mancanti e di ricoprirle all'esterno con un intonaco formato colle ceneri del sacro corpo. Ora tra le parti andate in frantumi vi era pure il teschio della Santa, che come il resto fu surrogato con un modellato in legno. Di questo ci fanno fede due lettere scritte nell'agosto 1740 e dirette al Prevosto Don Mellerio dai Ferreri, zio e nipote, dimoranti in Milano, lettere che conservansi tuttora nell'Archivio Prepositurale di Pieve - Vergonte. Quindi è l'attual teschio non è già come si pensò da molti fin ora quello naturale della Santa, ma quello in legno rivestito de' suoi frammenti fatto eseguire a Milano nel 1741, quando fu ricomposto e collocato nell'urna dal Rev. Don Bigatti.
<<Ma anche i denti, mi sento ripetere, sembrano sproporzionati?>> Dalle lettere sopra citate dei Ferreri risulterebbe che a Milano, quando il Don Bigatti ne ricompose il corpo non tutti li collocò nel teschio, ma ne lasciò da parte i più piccoli per formare coi medesimi delle reliquie da esporsi sugli altari o da collocarsi nei sepolcreti delle pietre consacrate per gli altari, come sogliono usare in simili circostanze i Vescovi legittimamente autorizzati a ciò fare. Quindi è che nel teschio della Santa non vi sono che i più grossi, non troppo ben disposti ed appiccicati alle mandibole con intonaco che rivestendoli in parte all'esterno li fa sembrare più grossi di quanto sono in realtà, ma per chi ben li osserva, non sono così sproporzionati all'età della Santa, come sembrano a prima vista. Ma torniamo a noi.
Ricomposto che fu lo scheletro e riempite l'infossature con bambagia per dargli forma di corpo fu ravvolto in tela adattata e cucita alle varie membra. Quindi le furono poste vesti alla stessa foggia di quelle che si veggono oggidì e così il due agosto 1741 fu collocato nella nuova urna lavorata a vernice bianca con linee e fregi dorati e con dodici vetri fra loro abbastanza sconnessi che costarono a quel tempo ben settanta lire. Terminata ogni cosa a Milano l'urna fu portata, come sembra, dai Ferreri a Pieve Vergonte. Non fu però subito esposta alla pubblica venerazione, richiedendosi perciò l'autorizzazione del Vescovo Diocesano. Nel 1741 essendo passato a miglior vita il Cardinale Giberto Borromeo Vescovo di Novara ne reggeva interinalmente la Diocesi il Vicario Generale del defunto Vescovo Canonico Don Giovan Battista Zanotti, eletto Vicario Capitolare. Con lettera 18 agosto 1741 il predetto Vicario Capitolare assecondando la domanda del Prevosto Mellerio di Pieve Vergonte, delegava il Vicario Foraneo della regione a prendere esame ogni cosa e, se fosse stato conveniente, l'autorizzava a fare esporre la reliquia alla pubblica venerazione. La ricognizione ebbe luogo in Pieve Vergonte nell'Oratorio, dove i confratelli si radunavano nelle feste a cantare l'ufficio divino, il giorno 27 settembre 1741. In detto giorno si adunarono sotto la presidenza del dottore in sacra Teologia, Don Giovanni Antonio De - Apostoli, Parroco di Mergozzo Vicario Foraneo di Pieve Vergonte, delegato Vescovile il Rev. Abate Dottore i sacra Teologia Don Carlo Antonio Ferreri, canonico della Chiesa Lateranese; il Rev. dottore in sacra Teologia Cesare Filippo Cattaneo di Vogogna, coll'assistenza del notaio rogante Carlo Francesco Peirazzi. Alla presenza dei predetti il Prevosto di Pieve Vergonte Mellerio portò l'urna giunta da Milano chiusa d'ogni lato con quattro sigilli in cera rossa di Spagna con impressavi l'arma del Cardinal Stampa, Arcivescovo di Milano, col motto pax, nella quale il Mellerio disse agli intervenuti contenersi il corpo di S: Orsa Vergine e Martire, ricevuto in dono da Teodoro ed Alessandro fratelli Cattaneo di Vogogna. Nel presentare l'urna consegnò in pari tempo l'autentica della Curia Arcivescovile di Milano del 2 Agosto 1741. Il delegato vescovile coll'opera dei due teologi assistenti dopo d'aver letta l'autentica e verificati i sigilli, accese due candele esaminò con l'attenzione la sacra reliquia ed ogni cosa. Avendo in questa ricognizione constatato che tutto era conforme alle prescrizioni del Conciglio di Trento appose a canto ai sigilli già esistenti quello della Curia Vescovile di Novara, ne fece stendere regolare istrumento autorizzante il Parroco Prevosto di Pieve Vergonte ad esporre alla pubblica venerazione il corpo di S. Orsa. Fu appunto nel giorno 23 ottobre di quel anno che, compiute tutte le lunghe formalità prescritte dalla Chiesa, si incominciò a celebrare la solenne festa di S.Orsa. Il suo corpo fu in mezzo alla comune esultanza portato processionalmente per le vie di Pieve Vergonte e la tradizione ci ricorda che si grande era la calca dei devoti convenuti da tutta l'Ossola che era difficile il circolare nelle vie di Pieve Vergonte e che tale non s'era veduta a ricordanza d'uomo.


PERIODO QUARTO 1741 - 1898

La festa di S. Orsa celebratasi la prima volta in Pieve Vergonte fu come scintilla che suscitò in tutti i cuori sentimenti di profondo amore e di special devozione non solo a Pieve, ma si può ben dire in tutta l'Ossola. D'allora ebbe principio la santa pratica che oggidì ancora si mantiene di accorrere, specialmente nelle belle stagioni, al glorioso sepolcro della Santa. I buoni abitanti delle valli dell'alta e bassa Ossola nei loro caratteristici costumi noi spesso vediamo specialmente nei giorni festivi qui recarsi a sciogliere i loro voti, ad impetrare grazie dalla loro celeste Patrona. Ai piedi del suo altare le madri conducono i loro vispi figliuoletti e spesso fra stenti e fatiche, sulle loro braccia, dai luoghi più remoti vi portano i loro pargoletti per raccomandarli alla Santa, specialmente quando infermi, non potendo sperare soccorso terreno, temono di perderli. E quando i dolori più non danno tregua all'ammalato o straziante agonia lo tiene fra indicibili ambascie, allora lagrimosi vediamo i parenti correre ai piedi della Santa a raccomandarle i loro cari e partir esauditi o rassegnati. Per questa devozione verso la Santa nel 1879 il Parroco Prevosto Don Giovanni Battista Piolini, ora canonico della Cattedrale di Novara, per mezzo di Monsignor Carlo Quaroni Vescovo di Cuma, porse supplica alla Santa Sede ed ottenne dal Cardinal Prefetto della S. Congregazione dei Riti E. mo Bartolini il privilegio di cantar la Messa propria della Santa nel giorno della festa, l'ultima domenica di Ottobre. Di più ottenne la riconferma di un decreto d'indulgenza plenaria a quanti che comunicati e confessati in tal giorno visiteranno la Chiesa Parrocchiale, e l'indulgenza di cento giorni a coloro che, pentiti, si recheranno a visitare la predetta Chiesa.
Nel 1893 poi la Fabbriceria di Pieve Vergonte, avendo constatato che per la sconnessione dei vetri la polvere, penetrando nell'urna impediva che la sacra reliquia fosse conservata col dovuto decoro e considerato che l'urna stessa aveva perduto in parte la doratura, decise di metterla a nuovo sostituendo ai dodici vetri verdognoli e sconnessi sei lastre di cristallo di un sol pezzo. La popolazione della Parrocchia di Pieve Vergonte e vari Ossolani col concorso della Ven. Fabbriceria fecero allora eseguire dal rinomato stabilimento di arredi sacri del signor Giuseppe Morera di Novara la veste ora indossata in raso rosso a ricamo in oro fino, in luogo di quella vecchia, la quale aveva già risentito gli effetti del tempo. Fu appunto in quest'occasione che la popolazione di Pieve Vergonte volle che in quell'anno se ne celebrassero feste solenni. Le feste, sia detto ad onore di Pieve Vergonte e di tutta l'Ossola, riuscirono ordinate, splendidissime. Grandissimo fu il concorso dei devoti essendovi accorsi processionalmente, accompagnate dai rispettivi zelanti loro Parroci, le popolazioni delle Parrocchie di Piedimulera, di Pallanzeno e di Cimamulera a venerare la Santa, la cui urna fu esposta su altare provvisorio. Le feste principiate il 28 Ottobre di quell'anno furono chiuse il 30. Il giorno 29, favorito da splendida giornata primaverile, fu solennemente portato in processione il sacro corpo della Santa. Queste feste furono nel loro complesso un tacito plebiscito dell'Ossola, che, mentre attestava l'amore e la devozione verso la Santa, manifestava un vivo desiderio di presto vedere la celeste Patrona in un luogo che meglio le si addicesse in una cappella, in un tempietto, detto comunemente SCUROLO. Questo voto raccolto allora dalla Ven. Fabbriceria Parrocchiale di Pieve Vergonte è ora un fatto compiuto.


LO SCUROLO

E' certo che fin da quando il corpo di S. Orsa, dato in dono al Prevosto Cattaneo, pervenne a Pieve, sorse nella sua mente ed in quella dei suoi parrocchiani l'idea di scegliere un luogo dove erigere un altare affine di mettere in venerazione col dovuto rispetto ed onore l'insigne reliquia. Ma per la povertà in cui versò questa Chiesa Prepositurale, dopo le ripetute rovine dei due borghi, lo scurolo da erigersi alla Santa fu sempre un pio desiderio, che le anime grandi dei miei antecessori coltivarono e vagheggiarono nella loro mente, obbligati poi a seco portarlo nel sepolcro. Questa mancanza di denaro per la quale prima d'oggi non si potè erigere lo scurolo, si sente anche ora. Infatti se da un lato la Fabbriceria ha visto in quest'ultimi anni migliorati alquanto i suoi redditi certi, dall'altro la cosiddetta crisi economica ossia quel cambiamento in peggio delle condizioni economiche nelle popolazioni ha tolto tutto quel benessere con cui i nostri vecchi potevano fare tante spese come ci fanno fede gli antichi registri delle entrate. Quindi è che anche al presente i proventi della Fabbriceria non sono certo tali da permetterci la spesa non certo tenue dell'erezione di uno scurolo. Ma come si spiega allora che nel 1898 si cerca di appagare il desiderio da tante anime nutrito e da tanti anni? Non ve lo so dire. L'unica spiegazione si può trovare solo nei decreti della Divina Provvidenza, la quale appunto prestabilito che nel 1898 si ponesse mano ed erigere il tempietto in onore della Patrona dell'Ossola, ed ecco che nel 1898, quando forse pareva meno possibile la cosa, la cappella a S. Orsa è compiuta.

Tutto va bene, mi si dirà , ma e la spesa? E' certo questo un gran pensiero per la Fabbriceria, però vi devo confessare che, se da un lato la Fabbriceria si impensierisce per la spesa, dall'altro tutta concorde, di una sola idea, di un sol pensiero, di una sola volontà fidente in voi tutti, dilettissimi Parrocchiani di PieveVergonte, in voi tutti, generosi Ossolani, con islancio da sembrare audacia, si è posta all'opera, non dubitando che nel volgere di pochi anni la vostra provata generosità non darà una smentita. E poi nulla farà per noi la santa Eroina, lassù nel soggiorno beato del Paradiso? Nulla farà per noi che con tanto sacrificio, siamo intenti ad onorarla? D'altra parte dobbiamo ricordarci che lo scurolo parlerà ai nipoti della vostra liberalità, della vostra devozione a S. Orsa, e sarà ad un tempo la più bella e non mai interrotta preghiera che grata salendo lassù, dove Ella siede beata, farà piovere su ciascuno di voi grazie aiuti e favori tanto più grandi, quanto maggiore sarà stato il vostro concorso, quanto più gravi saranno stati i vostri sacrifici nell'onorarla.

Ora una parola sullo scurolo. Il disegno della cappella di stile direi quasi del seicento è del pittore Rodolfo Gambini Milanese, il quale si incaricò di fare lo scurolo e con intelletto d'amore lavorò per il trionfo della Santa e dell'arte sua. Le sue scale di marmo di Carrara, che si veggono appena entrati e servono di accesso allo scurolo, furono eseguite ad Alessandria: Le due balaustre in cemento levigato imitanti perfettamente il marmo furono eseguite a Bergamo nel rinomato stabilimento dell'ingegnere Ghilardi e C..., Come pure le dodici lesene che sostengono il cornicione furono eseguite a Milano in un altro stabilimento del predetto ingegnere Ghialardi e C…,. L'altare in legno fu lavorato ad Alessandria dal Sig. Cavalero Pietro, dorato dal Sig. Serafini nella stessa città. I vetri del finestrone binato furono preparati a Milano col nuovo sistema di pittura sul vetro in base di gelatina.
Il primo quadro nel basso fondo archivolto a mano destra di chi guarda l'altare ci raffigura S. Orsa in Chiesa con a fianco il giglio, simbolo del suo verginal candore, prostrata davanti a Gesù prigioniero d'amore entro il sacro tabernacolo. Le parole latine. Castam me fac, Deus, che si leggono sulla fascia nel velario a finto mosaico con fondo in oro sorretta dai graziosi angioletti vogliono dire : O Signore fammi casta. E' S. Orsa che fa voto di verginità.

L'altro affresco a sinistra di chi guarda l'altare ci raffigura la Santa piena di invitta fortezza col volto spirante calma pace avanti ai giudici, i quali le minacciano di gettarla pasto alle fiere, o di abbruciarla viva se non rinnega la fede. La risposta che dà la Santa ai giudici si legge sulla fascia sopra il quadro nel velario: Ancilla Christi sum, che vuol dure: Mi son consacrata al servizio di Gesù Cristo, nulla temo. Se voi mi condannerete ad essere divorata dalle fiere, esse, non appena sentiranno pronunciare il nome di Gesù, si faranno mansuete al par di agnelli: se poi vi piacerà condannarmi ad essere abbrucciata viva, gli angeli giù caleranno dal cielo a spegnerlo con refrigerante rugiada.

Il terzo affresco sopra il finestrone di faccia all'altare ci rappresenta S. Orsa, perseverante nel confessare la fede di Gesù Cristo, chiusa in tetra prigione e guardata da uno sgherro. La santa Eroina, che tanto desidera il giorno del suo trionfo,. il martirio, mentre seduta dà un po' di riposo al gracile suo corpo, estenuato pei patimenti, in dolce raccoglimento continua la sua fervorosa preghiera, offrendo i suoi ultimi patimenti al Signore. Alzate gli occhi al velario e là vi leggerete: Ursa Deum exorabat, ossia S. Orsa scongiurava il buon Dio di concederle la forza e la forza e la grazia del martirio. Il quarto affresco, che trovasi nel basso fondo archivolto sopra l'altare, quanto è espressivo! S.Orsa, mentre il popolo pagano sitibondo del sangue de'martiri schiamazza sulla pubblica piazza, è condotta dagli sgherri avanti al giudice. Tentata inutilmente per l'ultima volta la sua costanza nella fede di Gesù, alza i suoi occhi al cielo ringraziando il Signore di averla fatta degna di suggellare col proprio sangue la fede; poi al cenno del tiranno si inginocchia e con fortezza superiore all'età porge il collo agli sgherri, che sbigottiti e titubanti alzano in atto di colpire uno il flagello l'altro la scure, mentre Ella va mormorando le ultime parole, l'ultima preghiera raccolta dagli angeli, nel soprastante velario: <<Suscipe me, Domine>>, o Signore, accogli il mio spirito. E' il martirio di S. Orsa.
Ora portate al centro della volta dello scurolo il vostro sguardo. Voi là vedete i cherubini festosi volar giù dal cielo a frotte fra melodiosi concenti condur l'anima della Santa tutta raggiante di luce alla gloria, alla gioia che più non verrà meno, al Paradiso. Innanzi alle ossa gloriose di S. Orsa, che ci diede belle prove di fede e di eroismo, pieghiamo le nostre ginocchia e colla Chiesa fervosamente ripetiamo:
O Signore, che fra gli altri miracoli della tua onnipotente mano anche al sesso debole concedesti la palma del martirio, concedi a noi, te ne preghiamo, che nel ricordare il glorioso martirio di S. Orsa, ammaestrati da suoi esempi tutto possiamo sprezzare quaggiù e così con te e con la nostra santa Patrona un giorno possiamo esultare in Paradiso.


SERIE CRONOLOGICA DEI PARROCI PREVOSTI DI PIEVE VERGONTE
Dal 1515 ai nostri giorni

1515 De Serollo Don Pietro
1562 Guala Don Francesco di Premosello
1577 Gualdo Don Giovanni Antonio di Albo.
1594 Giavinello Don Giovanni Antonio di Castiglione Ossola, Vicario dell'Ossola Inferiore. Morì in Seppiana il 9 Maggio 1642. Scrisse un fascicolo di memorie de' suoi tempi che conservasi nell'Archivio Parrocchiale di Pieve Vergonte.
1615 Salina Don Bartolomeo.
1628 Giavinello Don Giovanni Antonio di Castiglione Ossola, nipote del predetto. Resse questa Parrocchia fino al 1666. Fu in questo tempo, nel 1630, fondata l'attuale Chiesa Parrocchiale.
1640 Petanzone Don Giulio. Non ho potuto darmi ragione del come, mentre v'era Parroco Prevosto il predetto Giavinello, vi abbia potuto essere anche il Prevosto Petanzone.
1667 Cassinotto Don Pietro.
1671 Leido Don Giovanni Antonio da Massiola.
1677 Sartorio Don Giuseppe.
1689 Porolo Don Giovanni Battista di Suna, Vicario Foraneo. Assistette con piviale al Sinodo diocesano tenuto da Monsignor Visconti Giovanni Battista Vescovo di Novara, il 7 Giugno 1707.
1709 Gabardino Don Pietro dottore in sacra teologia, nato a Cambiasca, morto in Pieve Vergonte il 26 Gennaio 1719 in età d'anni 39.
1719 Cattaneo Don Tiberio di Vogogna. A questo Prevosto fu dato in dono il corpo di S. Orsa che si venera in questa Parrocchia. Morì in Pieve il 9 Novembre 1732 in età d'anni 47.
1732 Porolo Don Giovanni Battista, consobrino del predetto Prevosto Porolo. Fu coadiutore e Vice parroco. Morì in Pieve Vergonte il 7 Agosto 1743 d'età d'anni 82.
1733 Mellerio Don Giovanni Battista di Santa Maria Maggiore. Morì a Pieve lì 11 Gennaio 1759 d'anni 53.
1759 Ottolini Don Giuseppe di Stresa, Coadiutore e Vice parroco.
1759 Cerutti Don Giacomo Antonio.
1790 Innocenti Don Lorenzo di Vogogna, Vice Parroco.
1790 Antongini Don Luigi.
1804 Protasi Don Stefano di Campino, Vice Parroco.
1804 Gilardetti Don Giorgio di Varzo, Vicario Foraneo.
1855 Cocchini - Bionda Don Bartolomeo di Bannio, Coadiutore e Vice Parroco.
1856 Cavigioli Don Giuseppe di Borgomanero. Ora canonico nell'insigne Collegiata di Borgomanero.
1860 Franzani di Varallo.
1860 Ottone Don Gaudenzio. Arciprete di Premosello nel 1865, quindi Arciprete di Agnona, dove morì il 28 Aprile 1894 d'anni 61.
1865 Pellò Don Francesco di Cerano. Pievano di Casalvolone nel 1871, Vicario Foraneo. Morì in patria il 17 Agosto 1896 d'anni 62.
1871 Piolini Don Giovanni Battista di Premosello Vicario Foraneo. Nel 1880 fu eletto Prevosto di Galliate e nel 1897 elevato al canonicato nella Cattedrale di Novara.
1880 Gemelli Don Pietro di Sovazza. Passò a reggere come direttore spirituale il nuovo Istituto Monsignor Gentile in Gozzano, dove morì in età d'anni 37 il 14 Settembre 1892.
1886 Sac. Luigi De Filippis.

N. B. Nel 1490 era Parroco Prevosto Don Ambrogio da S. Pietro, curato Don Antonio da Premosello, canonico della collegiata di Pieve Vergonte Don Gioanollo da Borallo.

 

 

Da "L' Ossola inferiore" di E.Bianchetti (vol.nr.1 Capitolo X)

 

Vergonte e Pietrasanta (1230-1277)

Grandi in ogni tempo furono i danni causati in Ossola dallo straripamento de fiumi; ma nessun disastro mai uguagliò quelli ch'ebbe a soffrire il territorio di Vergonte.

Era quel borgo florido, e più ancora doveva crescere in prosperità dopo la diretta unione sua al Comune di Novara, il quale vi teneva un suo Vicario, e aveva tutto l'interesse a mantenerlo forte e popoloso. Sgraziatamente era serbato ad inaudita catastrofe. Dopo una pioggia, la quale continuò dirotta parecchi giorni, il torrente Marmazza, che scendendo dalla piccola valle di tal nome scorreva a fianco del borgo, divenuto straordinariamente gonfio, soverchiò a un tratto le chiuse che difendevano l'abitato, e impetuoso irruppe entro di esso.

Dalla improvvisa e immensa rovina non furon salve che poche case e il convento degli Umiliati. Anche la vetustissima chiesa plebana ne fu molto guasta. Una immane congerie di massi, di ghiaia, di frantumi seppellì ogni altro edifizio e buona parte de miseri abitanti.

Ma non andò molto, che quasi nel medesimo luogo sorse un nuovo borgo: tanto e si caldo e si prepotente è nei montanari l'amore al luogo nativo. A questo nuovo borgo fu dato il nome di Pietrasanta. Ma per essere vicinissimo al distrutto Vergonte, ne seguì ch'esso, e quelle case di Vergonte, che non ebbero a soffrire completa rovina, e quelle altre che vi furono ricostrutte in appresso, vennero in breve a formare come un borgo solo. Ond'è che a designare quel luogo si è poi per alcun tempo continuato ad usare promiscuamente i due nomi: il che indusse alcuni a credere alla contemporanea esistenza dei due borghi in quella medesima regione.

Nessuno ha sin ora precisato l'epoca della distruzione di Vergonte, né data una plausibile ragione del nome di Pietrasanta. Dico ciò, poiché non abbastanza mi appaga la spiegazione che ne diede il Tiraboschi, il quale nella sua storia degli Umiliati, numerando fra le case loro anche quella di Vergonte, di cui ho parlato di sopra, dice che Vergonte è pur detto Pietrasanta ex lapide Martyris alicujus sanguine, ut fertur, asperso: della qual spiegazione lo stesso Tiraboschi non si mostrò troppo persuaso, avendovi prudentemente innestato un ut fertur. Siami pertanto lecito di esporre una mia congettura , che non mi par priva di un probabile fondamento, e secondo la quale si potrebbe anche stabilire con qualche esattezza l'anno della origine di Pietrasanta.

Scorrendo gli annali novaresi , trovo che negli anni 1250 e 1251 era podestà di Novara un Guiscardo de Petra Sancta, appartenente ad antica e nobilissima famiglia milanese e figlio, come dimostra il Giulini, di quel Pagano de Petra sancta, che fu podestà di Bologna nel 1230, e di Genova nel 1232. Ora io son d'opinione che il disastro di Vergonte sia per l'appunto avvenuto nel 1250 o 1251; e che il nostro Guiscardo, riconoscendo di quanta importanza fosse per il comune di Novara il possedere nel cuor dell'Ossola inferiore un luogo forte e ragguardevole, ne abbia con grande impegno curato la ricostruzione; o, per meglio dire, la edificazione in quei pressi di un nuovo borgo, cui volle dal proprio cognome denominato.

In questo pensiero mi conferma il sapere, che lo stesso Guiscardo, essendo nel 1255 podestà di Lucca, fece nella Versilia, dipendente da quella città , edificare due borghi, ad uno dè quali volle similmente imporre il nome di Pietrasanta. Questo è primamente attestato da Tolomeo da Lucca , scrittore di quel tempo, il quale, facendo menzione del nostro Guiscardo, aggiunge: qui de Versilia duos burgos, unum ex suo nomine nominavit , alterum vero Campum Majorem. E' poi confermato da Giovanni da Cermenate, cronista di poco posteriore al citato Tolomeo, il quale sotto l'anno 1313 narrando della presa dello stesso borgo di Pietrasanta nel Lucchese, fatta da Arrigo di Fiandra, maresciallo dello imperatore Arrigo VII, dice: ipsum (oppidum Petrae Sanctae) construxerat quondam Guiscardus de Petra Sancta, nobilis civis Mediolani urbe sua exsulans, prima Turrianorum regnante tirannide , in districtu, aut prope confinia Lucanae urbis, cujus Rector erat, oppido sui cognominus imponens nomen.

L'analogia adunque mi porta a credere che Guiscardo de Petra Sancta, essendo Podestà di Novara all'epoca della distruzione di Vergonte, ed ambizioso di legare a durevoli monumenti il proprio nome, abbia da principio fatto nel nostro Vergonte quello, che quattro anni dopo avrebbe ripetuto nella Versilia lucchese: molto più che qui la necessità pe' Novaresi di favorire a tutto potere la pronta ricostruzione del borgo rovinato, era manifesta ed imperiosa.

Abbiamo in fatto veduto in un capitolo antecedente quanto importasse a quel comune la conservazione di Vergonte e degli altri paesi acquistati dopo la guerra co' Vercellesi, e come il Podesta' di Novara, nello entrare in carica, fosse a tenore degli statuti obbligato a giurare di mantenergli e rendergli vie più popolosi e forti. E così ora, dopo la edificazione di Pietrasanta, e in conseguenza della dolorosa esperienza del passato, a prevenire nuove sciagure fu da quel Comune stabilito , che ogni Podestà, entro i primi due mesi del suo ingresso in officio, dovesse spedire a Pietrasanta due delegati insieme ad un notaio e ad un ingegnere, affinché sul luogo avvisassero ai mezzi più efficaci per riparare ad ogni pericolo che ne potesse venire dall'Anza o da altro torrente; ingiungendo ancora, che entro otto giorni dal ritorno di qui messi in Novara, avesse egli a far note al Consiglio Maggiore le loro proposte, e mandar quindi ad esecuzione ciò che il Consiglio stesso avrebbe deliberato. Questa determinazione, da prima osservata per consuetudine, fu poscia, per darle maggior forza e solennità, inserita nel corpo degli Statuti medesimi il giorno 21 ottobre 1284, essendo Podestà di Novara Robaconte de Strata

Eccone il testo: Statutum est quod podestas venturus teneatur et debeat infra duos menses proximos post introitum sui regiminis mittere duos ambaxatores comunis Novariae cum uno notario et uno magistro seu alium , qui hoc melius cognoscere videatur, ad burgum Petresancte ad videndum et providendum quo modo Anza et aque nocent burgo Petresancte et hominibus ipsius burgi, et quo modo posset fieri aliquod opus vel obstaculum, quod ipse aque non veniant et non noceant ipsi burgo et hominibus ipsius burgi ; et hiis inquisitis, quod redigant ea in scriptis; et potestas infra VIII dics proximos post aventum ipsorum ambaxatorum et magistri et notarii teneantur ca exponere in consilio majori et secundum quod placuerit consilio , vel majori parti, executioni et ad effectum ducatur, et fiat infra S. Bartholomeum proxime venientem.

Lo stesso pensiero politico adunque, da cui furon mossi i Novaresi a fare del piccolo luogo d'Intra un cospicuo borgo, ed a sollevare a tale grado anche l'umile terra di Mergozzo, come ho narrato altrove, fu quello che, a mio credere, determinò la ricostruzione di Vergonte: come pure il desiderio di rinomanza fu quello che indusse il podestà novarese di quel tempo ad imporre alle nuove costruzioni il nome di Pietrasanta.

 

Sono oltremodo scarse le notizie che si hanno di questo borgo. La sorte fatale cui esso, nella prima metà del secolo seguente, andò al paro di Vergonte soggetto, ci tolsero quei monumenti storici che sarebbero ora infinitamente preziosi.

Una prima memoria di Pietrasanta ci fu conservata negli antichissimi Statuti di Novara poc'anzi citati. Uno di essi, in data 27 ottobre 1270 , parla del pedaggio di Pietrasanta, la metà del cui reddito vien dal Comune di Novara destinata a gradatamente estinguere i debiti contratti particolarmente verso i militi novaresi, che soccorrendo Milano si erano recati ad espugnare la città di Lodi.

Il citato statuto è il XLVI ed eccone il testo: Item statutum est quod in burgo Vergontis sive Petre sancte in burgo Vemegne non sit nec debeat stare pro domino vel potestate vel alio modo aliquis dominorum de Castello vel de Cruxinallo, salvo eo quod illi, qui modo cu

rrente anno MCCLXXVI die martiis XIIII intrantis Ianuarii sunt ad precepta comunis Novarie possint esse pro domini set potestatibus sicut alii cives Novarie

In altro Statuto del 14 gennaio 1276 si prescrive che nessuno dei Conti di Castello o di Crosinallo possa dimorare come signore , o come podestà , o in altro modo qualunque nel borgo di Vergonte, ovvero sia di Pietrasanta, come pure nel borgo d'Omegna; ad eccezione di coloro che in quell'anno medesimo già vi si trovassero per delegazione del Comune stesso.

Questa misura fa supporre che i reggitori di Novara avessero concepito qualche sospetto intorno alla lealtà di quei Conti; ma non sono in grado di poterne indicare la ragione.

Di Pietrasanta e del suo pedaggio fa parimenti menzione un'altra carta del 30 luglio 1295, la quale dimostra che il Monastero d'Arona, già più volte mentovato, godeva del privilegio di potere liberamente far passare in quel luogo le bestie bovine di sua proprietà , senza dover pagare alcun scotto al pedaggiere.

Finalmente una sentenza, pronunciata in burgo Vergonti subter copertum Petresancte, il 20 settembre 1301 da Leonardo de Perazzo, Vicarium Ossule a lacubus supra, è l'ultimo documento scritto da noi posseduto, in cui sia fatto cenno di Pietrasanta. La lite concerneva i due comuni di Mergozzo e di Omegna, ciascuno dei quali pretendeva, che gli uomini di Cerro dovessero con esso lui concorrere nel pagamento della propria quota del salario al Capitano del Lago Maggiore. Leonardo da Perazzo, udito il parere di Obicio de Furno giurisperito, sentenziò in favore di Omega; ma Guidotto Ferrerio, sindaco e procuratore del Comune di Mergozzo, si appellò a Matteo Visconti, vicario generale in Lombardia. In questo atto non sono enumerate le ragioni messe in campo dalle due parti, le quali avrebbero potuto gettare un po' di luce maggiore intorno al luogo di Cerro, di cui sono cotanto i documenti e povere le notizie.

Dopo il disastro di Vergonte una parte di quegli abitanti abbandonarono il territorio, e si recarono, e presero stanza di là della Toce, nel luogo ove poi sorse il cospicuo borgo di Vigogna, il quale, prima di quel tempo, non era che una terricciuola di pochi casolari.

E fu questo il primo incremento di Vigogna, che poi crebbe a tanto da divenire un secolo dopo il capo luogo dell'Ossola inferiore.

Hic aut non longe scrive il Bescapè Verguntum fuisse videtur …Ex eo nescio qua vi diruto, Voconia facta est, ultra flumen contra ecclesiam plebanam salubriore et tutore loco. E similmente il Cotta: pagum regionis praecipuum Voconiam non recentem pronunciabo, sed ex modico auctum; nam olim caput fuit Verguntum, a quo regioni nomen inditum. Sed eo ante annum 1300 deleto, Voconia aucta est nisi facta. Di questo avventuroso accrescimento della popolazione e della fortuna di Vogogna, attestato da altri storici, fra cui amo citare il Giulini, il Ferrari, il Durandi e lo Scaciga, vollero i suoi abitanti serbare più tardi la ricordanza coi seguenti versi, che ancor si leggono sovra una parete esterna del palazzo di quel comune:

Filia Vergonti fertur Vogonia strati,

Quae, patre defunto , flens mansit et orphana mundo

Attamen ipsa sui patris de stipite crevit,

Prompta suo patri servitia reddere facta.

Forse da questa epoca medesima data l'erezione delle parrocchie di Masera, Trontano e Beura, i cui abitanti erano in prima, quanto allo spirituale, sottoposti alla Pieve di Vergonte. E' probabile, dico, che ciò sia avvenuto dopo il narrato disastro; come dopo quello di Pietrasanta, di cui sarà detto più avanti, ebbe luogo la separazione dalla medesima Pieve delle parrocchie di Premosello, Cuzzago, ecc.

Viene appresso una assai importante Recordacio, ossia memoria di livelli e censi spettanti a quel monastero, e stati riscossi per l'anno 1262 dalle persone e per i beni ivi indicati. Questo bel documento, che trovasi nell'archivio di Stato anzidetto, fu primamente pubblicato dal chiarissimo De Vit nelle sue Notizie storiche del lago Maggiore

Ho tuttavia creduto di non doverlo ommettere nella mia raccolta di documenti.

In questa Recordacio, dopo aver menzionati i luoghi di Ghiffa, Intra, Cavandone e Pallanza si nota la nostra terra di Bragno o Bracchio. Segue il luogo di Margocio, e quindi quello di Albo.

Nel passo relativo a questa ultima terra, è degna di essere rimarcata la menzione che vi si fa del porto di Albo. Non è dubbio che questo fosse posto sul fiume Toce, e che servisse fin da quei lontani tempi per comunicare col limitrofo territorio di Ornavasso. Stimo anzi probabile che si trovasse nella località ora detta al porto Scaglione. Nello stesso passo è pur nominata la chiesa di S. Maria de Albo, il cui converso o sagrestano aveva in livello sito ubi dicitur ad lancarecciam.

In appresso viene Gandoglia , e quindi Bramosello; del qual luogo era certo Graziolo del fu Pietro de Plata, o forse de Prata, che teneva dal monastero in affitto un'alpe posta nel territorio di Cosasca (Coxelii) nella regione detta Mezzana.

Altre carte posteriori a quelle sovra accennate dimostrano che il monastero d'Arona si mantenne in possesso di tutti questi beni e di tutte queste rendite nell'Ossola inferiore sino oltre la metà del secolo XV; ma troppo lungo sarebbe il volerle partitamene tutte indicare.

 

Da "Tra i sepolcri della Pieve" di Attilio De Matteis

 

Un'antica leggenda popolare pievese , ancor oggi dura a morire, racconta che, nel secolo scorso, una spaventosa buzza del torrente Marmazza spazzò via il cimitero che sorgeva sulle sue sponde: i nostri vecchi raccontavano convintissimi che il "pà dul pà" aveva personalmente visto le bare schizzar fuori dalle tombe, trascinate a valle dalle acque impetuose. Fino a pochi anni fa, il giorno di Ognissanti, si faceva una processione fino alle rive del torrente per pregare sul luogo ove si diceva sorgesse il vecchio cimitero.

Le ricerche storiche affrontate negli ultimi anni per la documentazione necessaria per i lavori di restauro della chiesa parrocchiale dei Santi Vincenzo e Anastasio, hanno ristabilito la verità

facendo piazza pulita della leggenda popolare. Nel Cinquecento, Seicento e Settecento le sepolture avvenivano all'interno della chiesa, in fosse comuni poste nelle navate, suddivise per il clero, le donne gli uomini e i bambini. Le relazioni delle visite pastorali ne parlano di sovente, per lamentare il cattivo stato di manutenzione e di chiusura delle pavimentazioni, in un'atmosfera che ricorda quella cantata da Ugo Foscolo:

"Non sempre i sassi sepolcrali a'templi Fean pavimento; né agl'incensi avvolto / De cadaveri il lezzo i supplicanti / Contaminò…"

Altre sepolture avvenivano lungo il muro perimetrale a monte della chiesa, come è stato dimostrato dagli scavi archeologici.Fu solo all'inizio dell'Ottocento che venne costruito l'attuale cimitero, secondo le prescrizioni delle leggi napoleoniche: leggerne le lapidi può essere un modo per ricostruire brandelli di vita quotidiana e di storia dei nostri paesi nei tempi di cui non esiste alcuna traccia nelle cronache.Le lapidi più antiche si trovano murate nei muri perimetrali della chiesa: la prima che si incontra, ricorda i tempi dell'oro ossolano

In memoria di Domenico Tedeschi caporale delle miniere, sgraziatamente colpito durante il suo lavoro il giorno 21 ottobre 1882 nell'età di anni 48 lasciando nel dolore di sua sventurata perdita la moglie e i figli. The Pestarena United Gold Mining Company Limited in riconoscenza dei suoi lunghi, buoni e fedeli servizi pose.

La società inglese, nel secolo scorso, sfruttò parecchie miniere anche in Val Toppa sulle montagne pievesi, subentrando alle famiglie di minatori locali che, per secoli, avevano scavato i filoni auriferi con tecniche artigianali.

Altre lapidi raccontano la storia di un'intera famiglia:

A distinguere nel campo dell'umana eguaglianza le ossa di Marianna Cicoletti nata Zucchinetti morta di anni 40 mentre felicitava d'un parto la famiglia il 11 maggio 1861. Ahi troppo presto rapita alla delizia di tre figlie, alla tenerezza d'un inconsolabile marito, desiderio de' parenti, per esemplarità di religione per candore dei costumi modello, sostegno del povero e conforto. Bartolomeo Cicoletti per eternarne la memoria fra chi non la conobbe alla diletta consorte questo monumento funebre poneva.

Dopo quattro anni moriva anche il citato marito: Bartolomeo di Giuseppe Cicoletti nato il 1 febbraio MDCCCIII morì il 9 agosto MDCCCLXV . Sagace operoso perseverante faticò la vita in prosperati negozii né per questo dimenticò la patria celeste, credette e sperò in Cristo e nella carità e religione di Lui temperò i dolori di quaggiù e l'affanno di una lunga e sfidata malattia. O padre, le tue Ersilia, Sofia, Elisa che in tenera età lasciasti orfane in terra pregano Dio che con la loro madre direttissima ti ricongiunga in cielo.

La famiglia Cicoletti era una delle più agiate del paese, arricchitasi con lo sfruttamento delle miniere d'oro e con il commercio, tuttavia non sfuggiva alle triste leggi della natura. Le condizioni di vita, nella nostra zona e nel resto d'Italia, erano molto disagiate, la mortalità molto elevata, la durata media della vita inferiore di qualche decennio all'attuale. Ed infatti…

Sofia di Bartolomeo Cicoletti e Marianna Zucchinetti nacque il 23 dicembre 1855 e morì il 2 maggio 1870. Fanciulla d'angelici costumi colle esimie virtù della mente e del cuore principiava a giocondar la terra e fiore odoroso appena sbocciato volle il Signore trapiantarlo nelle aiuole del Paradiso. Anima bella e beata prega Dio che nel Regno suo glorioso teco un dì e coi desideratissimi genitori si ricongiungano le tue Ersilia ed Elisa che sole ormai rimangono quaggiù.

All'interno del cimitero le lapidi più vecchie risalgono alla Prima Guerra Mondiale:

Il 30 ottobre 1918 colpito alla fronte a Ramanziol sul Piave eroicamente cadeva il cap. Giuseppe Giovanni Francioli. A gloria del caduto, a proprio conforto, la consorte e figlio posero.

C'è in questa lapide tutta la tragedia di una morte in guerra e un'atroce beffa del destino: il soldato morì ad appena cinque giorni dalla data dell'armistizio. La guerra, però, continuò a colpire anche negli anni seguenti:

In memoria di Soi Umberto giovinezza virtuosa troncata per morbo contratto in guerra. 1899/1920.

Una grande lapide, di recente restaurata, posta sul muro di cinta richiama l'attenzione:

Gli stabilimenti di Rumianca Ing. A. Vitale a perenne ricordo degli operai mancati al lavoro ed ai loro cari per morbo crudele 1918 1919.
Pratini Giacomo fu Pietro, Vogogna 1902/1918 Vogogna;
Longhi Angelo di Carlo, Carnago 1886/1918 Novara;
Croso Mario di Giorgio. Serravalle Sesia 1894/1918 Pallanza;
Pirozzini Vincenzo di Giovanni, Pieve Vergonte 1890/1918 Pieve Vergonte;
Fulceri Luigi fu Gioacchino, Solana 1897/25/9/1918 Novara;
Bossalini Antonio di Carlo, Parini d'Olmob1895/26-9-1918 Pieve Vergonte;
Sbrai Ugo di Luigi, Venezia 1886/27-9-1918 Pallanza;
Latteoni Candido di Elia, Pordani 1891/28-9-1918 Pallanza ;
Colombo Zefferino di Giovanni, Mottaloiata 1893/30-9-1918 Pallanza;
Beolino Giacomo di Giovanni, Locana 1896/4-10-1918 Pallanza;
Podico Camillo fu Giovanni, Cossogno 1883/10-10-1918 Rumianca ;
Monticavalli Alvaro di Guglielmo, Briga 1903/15-10-1918 Rumianca ;
Lambrusco Giovanni di Luigi, Giussano 1893/6-10-1918 Pallanza;
Andreolotti Andrea di Michele, Premosello 1881/16-10-1918 Premosello;
Monticavalli Emma di Guglielmo, Briga 1902/19/10/1918 Rumianca ;
Pizza Giulio di Antonio, Collodi 1887/23-10-1918 Pallanza;
Bongiovanni Giorgio di Giacomo, Chiusa di Pesio 1888/27-10-1918 Piedimulera;
Carampazzi Pietro di Giovanni, Ghemme 1887/1-12-1918 Pieve Vergonte;
Rodoni Pietro di Luigi, Anzola 1863/2-12-1918 Pieve Vergonte;
Pagani Ernesto di Pietro, Cavasso 1888/1-12-1918 Omegna;
Piva Raffaele fu Antonio, Tottalba 1896/21-4-1919 Rumianca.

Una strage spaventosa, con uno stillicidio di morti quasi quotidiane: tra i tanti, i due Monticavalli, fratello e sorella di 15 e 16 anni, morti a quattro giorni di distanza uno dall'altra.

Si può considerare la lapide come un documento di "storia della medicina": il "morbo crudele" fu la "spagnola". Si trattava di una forma influenzale, particolarmente virulenta, che, sia per la mancanza di adatti medicamenti, sia per le scadenti condizioni fisiche delle popolazioni provate da lunghi anni di guerra, colpì in modo violentissimo, provocando in tutto il mondo 15 milioni di morti in pochi mesi: più di quanti ne caddero in quattro anni sui campi di battaglia! La cronologia dei decessi rispecchia fedelmente l'andamento dell'epidemia che ebbe il suo periodo di maggior mortalità tra il settembre e il dicembre 1918 e si esaurì nella primavera successiva.

Nei difficili anni seguiti alla Grande Guerra molti Ossolani, e tra loro numerosi Pievesi, cercarono lavoro e fortuna in lontani paesi: Nord e Sud America, India…

Un gruppo di minatori lavorò nel lontano possedimento della Corona Britannica e, puntualmente, ne resta traccia in una lapide:

Giovanni Rossetti in procinto di rimpatriare sorpreso da repentino malore colla calma del giusto chiuse la sua vita laboriosa ed esemplare. 31VIII - 1875 Pieve ; 31- V-1927 Nundydroog Indie.

Ancora una lapide che ricorda un episodio poco noto delle vicende coloniali italiane:

Bendotti Luigi d'anni 40 caduto nell'adempimento del suo dovere a Mareb A.O. il 13-2-1936 nell'assalto del Cantiere Gondrand. Fieri nel loro immenso dolore la moglie e i figli posero.

Era il tempo della guerra d'Abissinia: il cantiere della Gondrand a Mau Lahlà (Eritrea) sul fiume Mareb era costituito da 90 italiani, tutti operai, col loro ingegnere capo Cesare Rocca e sua moglie Lidia Maffioli. Il campo era praticamente indifeso, avendo a disposizione solo una quindicina di fucili. All'alba del 13 febbraio 1936 il cantiere fu assalito da una banda di un centinaio di guerriglieri abissini di ras Immurù, provenienti dalla vicina Etiopia. Fu un massacro: gli Abissini trucidarono 85 Italiani, mentre 40 di loro rimasero uccisi per l'esplosione di un deposito di gelatina. In accordo con la tattica colonialista del tempo, la rappresaglia delle truppe italiane fu ferocissima: parecchi sospetti guerriglieri furono impiccati sul luogo del massacro, con esecuzioni sommarie anche per semplici sospetti; diversi villaggi furono rasi al suolo, sterminandone tutti gli abitanti, uomini, donne o bambini che fossero.

Arriva la Seconda Guerra Mondiale ed altre lapidi si aggiungono nel cimitero:

Alla cara memoria di Conti Colombo d'anni 35. Probo ed onesto lavoratore perito in seguito ad incursione aerea nemica in Germania il 31 luglio 1942 XX. I fratelli e le sorelle dolenti posero.

Nell'anno XX dell'Era Fascista, mentre Italia e Germania erano ancora saldamente alleate, cominciavano i segni della fine: i bombardieri anglo-americani portavano morte e distruzione nel cuore del Terzo Reich e anche il nostro concittadino, probabilmente lavoratore in qualche fabbrica tedesca, perì sotto le bombe. Non manca la tragedia della campagna di Russia: Picchetti Pompeo N. 28-4-1922, disperso in Russia il 18-5-1943

Una lapide semplice, scarna e senza fronzoli, posta a suggello di un sepolcro che non ha mai ospitato nessuno, ma che riesce, in poche parole, ad evocare la tragedia di un giovane di appena 21 anni che, al pari di migliaia di altri, svanì nel nulla nell'immensa steppa russa: di lui resta solo una foto col cappello da alpino ad evocare l'inquietante ricordo dei morti che "non sono morti". Poi la guerra entra in casa, assumendo la veste di guerra civile: nel territorio pievese, a Megolo, muore il capitano Beltrami coi suoi uomini. Altri partigiani cadono in scontri a fuoco e imboscate; a loro è dedicata la "tomba dei partigiani", delimitata da quattro bombe da mortaio riempite di fiori:

Per la Giustizia insorsero, per la Libertà caddero. Massari Mario N. 19-8-1922 M. 12-10-1944; Cavicchia Lelio N. 16-3-1915 M.1-7-1944; Salamida Cosimo N. 14-10-1916 M.13-9-1944; Thomas Jean N. 8-6-1926 M. 26-3-1944.

In un secondo tempo, nell'area della tomba è stata aggiunta una stele a ricordo del rientro delle spoglie di un Caduto nelle terre slave: Innocente Guglielmetti 17-5-1918; 30-7-1943. Globornica Fiume.

La guerra è finita: iniziano gli anni del dopoguerra, della ricostruzione, della ripresa industriale, della motorizzazione. Altre storie si leggono sulle lapidi, narrano di morti sul lavoro, di incidenti stradali…ormai siamo alla cronaca di oggi.

 

 

Da "Ossola" testo delle Fondazione Monti

…Da Anzola si arriva a Pieve Vergonte in pochi minuti superando tre piccoli tre piccoli agglomerati di case che portano i nomi di: Megolo di Fondo, Megolo di Mezzo, Megolo di Cima. La chiesa di S. Lorenzo, che si trova a Megolo di Mezzo, risale alla fine del X secolo, ma non vi è rimasto che il campanile. La cella campanaria è un'aggiunta posteriore insieme con il quadrante con l'orologio che ha otturata una bifora. Non vi sono decorazioni di sorta; il primo piano è costituito da feritoie architravate, il secondo da bifore con colonnette, meridiana e capitello a gruccia.

E' probabile che questo S. Lorenzo di Megolo fosse la chiesa del famoso monastero di S. Lorenzo "in Clonza", che appare in atti datati 1086, 1094, 1102 e finì completamente di esistere quando, verso la fine del XIII secolo tutte le sue sostanze furono assorbite dal monastero di S. Lorenzo di Novara.

La strada si svolge tra prati verdeggianti e giallastri campi di grano turco, fiancheggiata a sinistra, dalle pendici del monte Massone, e, a destra del largo corso della Toce. Questa pianura che ha, oggi, un aspetto così sereno e riposante, fu attraverso i secoli, teatro e campo di battaglia della più triste fra tutte le guerre che tormentano l'umanità: la guerra fratricida; ma bisogna saperlo per ricordarlo, perché ogni traccia di ogni tempo (tranne un piccolo cippo che vedremo), è completamente scomparsa. Sono scomparsi anche gli ultimi ruderi dei due piccoli castelli di Megolo e di Megoleto, proprietà di Guido di Biandrate, ("castellis que habebat in Oxola de Medulo et de Meduleto", dal diploma di Corrado III a Guido di Biandrate) che erano ancora visibili agli inizi del secolo nella parte detta ora Megolo di Mezzo, e che vendettero nel 1212 al Comune di Novara e che furono distrutti nel 1223 durante le lotte fra Novara e Vercelli. Al giorno d'oggi , noi che l'attraversiamo, siamo dolorosamente consapevoli che questa bella "piana di Megolo" è diventata ultimamente famosa per il sanguinoso scontro fra partigiani e nazi-fascisti esattamente a Megolo di Mezzo, sulla strada provinciale che da Anzola va a Pieve Vergonte, il 13 febbraio 1944, nel quale furono uccisi il capitano Filippo Beltrami e undici partigiani.

Poco al di sopra della frazione di Certavolo un cippo commemorativo, eretto nel bosco in mezzo ai castagni, ricorda quella tragica mattina.

Lasciamo Megolo di Cima e proseguiamo verso Pieve Vergonte divenuto, oggi, centro industriale della val d'Ossola, che comprende nel suo territorio comunale anche gli stabilimenti di Rumianca. La chiesa di S. Vincenzo fu riedificata sulle rovine dell'antichissima e potentissima chiesa plebana di S. Vincenzo che fu distrutta violentemente insieme con tutto il borgo di Vergonte verso la metà del XIII secolo, da un'inarrestabile piena del torrente Marmazza. Al suo posto sorse il borgo di Pietrasanta, anche questo, poi, distrutto nel 1328 dalla furia delle acque dell'Anza. Allora, le autorità della Chiesa Novarese decisero di trasportare la loro sede in un luogo più sicuro e scelsero Vogogna, sull'altra sponda della Toce, proprio in faccia alla perduta chiesa plebana. E così ebbe inizio la potenza di Vogogna che divenne la capitale dell'Ossola inferiore. Il Bascapé commentò:"Voconia facta est".

Nelle vicinanze di Pieve Vergonte sono situati gli stabilimenti e le case di Rumianca. Questi lunghi, fumosi, bassi edifici sormontati da fumaioli frammisti a tozzi piccoli serbatoi sono veramente una grande stonatura nell'insieme armonico della vita e dell'aspetto artistico della nostra Valle, dove vennero a stabilirsi al tempo della prima guerra mondiale per fabbricare gas mortali. Tornata la pace essi si diedero a produrre soltanto sostanze utili all'industria agricola, chimica e industriale, avendo, sin dall'inizio, un'importanza fondamentale per la produzione e l'economia ossolana e importanza capitale per l'impiego della mano d'opera locale. Al loro fianco sono sorte anche alcune centrali idroelettriche. Questo fatto ci porta ad una consolante osservazione: e cioè che il volume, la potenza, la violenza e l'impeto delle acque dei due torrenti di struggitori, che nei secoli XIII e XIV portarono la desolazione e la morte dei due borghi di Vergonte e Pietrasanta, hanno, oggi nel secolo XX, portato nelle stesse zone il benessere e la prosperità , per merito del progresso civile che le ha trasformate da forze di struggitrici in forze creatrici producenti i benefici dell'elettricità.

 

Comune di Pieve Vergonte


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